Ernst Cassirer, Il diritto e la ragione. Rousseau, Kant, Goethe

«Le idee filosofiche profonde non agiscono solo nella loro propria cerchia. Esse diventano fonti di luce spirituale, che diffondono i loro raggi in tutte le direzioni. Ma ciò che avviene di questi raggi, non dipende solo dal genere della fonte di luce, ma dallo specchio che colpiscono e dal quale sono riflessi.» (E. Cassirer, Il diritto e la ragione. Rousseau, Kant, Goethe)

Il diritto e la ragione. Rousseau, Kant, Goethe raccoglie due saggi (rispettivamente Kant e Rousseau scritto nel 1932; e Goethe e la filosofia kantiana redatto nel 1944) di Ernst Cassirer, uno dei massimi filosofi del Novecento, e rappresenta, come opportunamente affermato dall’Autore, una sorta di preludio, di preparazione al successivo Filosofia dell’Illuminismo.

Il tema centrale è la cultura del XVIII secolo e il «clima di opinione» (Whitehead) da cui essa sorge. L’approccio alla discettazione è duplice: da un lato si ha un’analisi condotta con esprit philosophique; dall’altro, l’argomentum è interpretato in un’ottica storiografica.

Comunque, a tenere unite le due parti in cui il saggio è suddiviso è la messa in relazione di tre figure fondamentali dell’Aufklärung: Rousseau, Kant e Goethe. Più precisamente, Rousseau è visto attraverso gli occhi di Kant e questi, a sua volta, è visto attraverso gli occhi di Goethe.

La liaison tra Rousseau e Kant s’innesta sui concetti di homme naturel e homme de l’homme che non pertengono all’ontologia, ma alla dimensione etico-teleologica. Perciò il rousseauiano «stato di natura» e l’idealizzazione kantiana del «ritorno alla natura» implicano il compito di civilizzazione e critica della cultura, dato che idea ed esperienza non sono in contrapposizione, in quanto «l’idea è un principio normativo dell’esperienza».

Alla domanda circa le probabili affinità tra Rousseau e Kant, Cassirer afferma che il loro globus intellectualis non è lo stesso e differenti sono anche il temperamento e la personalità.

Eppure s’incontrano in uno strato profondo dell’essere. Rousseau è il sognatore solitario, il vagabondo malinconico, un’anima in crisi, ai limiti della misantropia e in perenne disequilibrio; ha e cerca scopi alti, ma davanti a sé vede solamente il buio del precipizio (la Sehnsucht), il dolore della caduta.

Kant è all’opposto, perché «Io mi sono già tracciato la via che voglio seguire», per cui «intraprenderò il mio percorso e niente mi impedirà di proseguirlo».

Inoltre, se per l’autore dell’Émile è indispensabile allontanarsi dalla società, divenuta strumento di oppressione e ingiustizia, per poterla servire e darle il meglio che poteva; dal canto suo, Kant vede in essa una scuola spirituale e morale, pur riconoscendo le sempiterne dominanti leggi dell’utilitarismo e dell’apparenza, che ottundono la naturalezza dei sentimenti.

Perciò, costumi e moralità non s’intrecciano e le relazioni sociali non possono, alla luce di quanto detto, determinare il vero valore della vita. Rientra qui il concetto rousseauiano di “stato di natura”, che non è un principio normativo, bensì regolativo; non una teoria dell’essere, ma una teoria del dovere.

Allora lo sguardo all’indietro – ben lungi dall’essere sinonimo di retrocessione – si rivela necessario all’uomo, bisognoso di aprirsi un varco per il futuro:

«l’uomo non può mai volontariamente invertire la direzione di marcia che ha intrapreso una volta, può solo procedere in avanti, non indietro. Le ferite che la società nella sua struttura attuale ha inflitto all’umanità non possono essere guarite distruggendo lo strumento che ce le ha arrecate.»

In tal senso, per la generazione dello Sturm und Drang, Rousseau è il pensatore che ha riscoperto la potenza del sentimento e della passione, libera dalle convenzioni e dalle catene della ragione.

Kant, invece, vede in Rousseau il «restauratore dei diritti dell’umanità», in cui l’indipendenza interiore ed esteriore è la chiave per la felicità, in cui la libertà è il fondamento della società. Infatti,

«L’uomo non deve cercare la vera regola della sua esistenza e della sua condotta né sotto di sé, né sopra di sé; egli deve trarla da se stesso e svilupparsi secondo la propria libera determinazione di volontà. Per questo ha bisogno nello stesso tempo della vita in società come della libertà interiore rispetto a ciò che essa erige a norma e della critica indipendente dei suoi beni convenzionali.»

La convergenza tra il filosofo di Königsberg e del sognatore solitario sta qui: nell’idea di diritto, senza il quale l’esistenza dell’uomo sulla terra non sarebbe più dotata di senso. Onde ne deriva che il binomio libertà-felicità è inscindibile dalla cultura e dalla conoscenza. Esse non sono, nella prospettiva kantiana, instrumenti mediante i quali l’individuo si inebria spiritualmente, ma sono il luogo in cui egli deve dimostrare e provare la sua libertà.

La felicità intesa alla maniera di Goethe ha invece a che fare con la seguente espressione aforismatica tratta dalle sue Massime e riflessioni:

«La più bella felicità dell’uomo pensante è di aver esplorato l’esplorabile e di venerare tranquillamente l’inesplorabile».

Arte e natura, (meta)fisica e matematica, poesia e filosofia si trovano dunque in un rapporto di correlazione, essendo la libertà e la necessità, l’etica e l’estetica, l’oggettivo e il soggettivo non concetti apodittici e che si escludono a vicenda, ma concetti correlativi morali.

© Antonietta Florio

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