Antonio Di Loreto, Il mio nome è Ennio Flaiano. Vita e carattere di un genio malinconico

«È indubbio che Ennio Flaiano avesse un carattere ombroso, una certa permalosità e quel distacco tipico di chi ha subìto fin da bambino, le ingiurie di un destino avverso e malevolo, ma era anche un uomo con una coscienza cristallina, un senso del dovere verso se stesso e verso gli altri che lo portò sempre a fare scelte rigorose, dimostrando una coerenza interiore, umana ed intellettuale che è stata la stella polare della sua esistenza.» (A. Di Loreto, Il mio nome è Ennio Flaiano. Vita e carattere di un genio malinconico)

«I caratteri di Flaiano uomo e di Flaiano scrittore erano l’ironia e la malinconia, la disillusione e il disincanto e una delicatezza d’animo ferita». In questa frase succinta ma intensa, il lombardo Alberto Arbasino sintetizza il carattere, la personalità, la stessa essentia dello scrittore abruzzese, Ennio Flaiano. Questi è il (s)oggetto del nuovo libro di Antonio Di Loreto, Il mio nome è Ennio Flaiano. Vita e carattere di un genio malinconico.

Non si commetta l’errore di credere che il testo in questione sia una sorta di manuale di scuola, il cui fine è di rendere edotto il lettore sulla vita, le opere e la morte di Flaiano. Tutt’altro.

L’impegno dell’Autore è consistito nel restituire dello scrittore abruzzese un’immagine a tutto tondo, in cui il lavoro e gli aspetti più intimi e personali si compenetrano, nella misura in cui l’uno è propedeutico agli altri da un punto di vista sia economico sia, talvolta, come àncora di salvezza (in una lettera a Federico Fellini confessa che «Io non faccio questo lavoro soltanto per guadagnare soldi, ma anche perché ci credo…»). Scrive Di Loreto:

«Conoscere la sua vita, quindi, rappresenta un percorso necessario e illuminante perché speculare alle sue opere che conservano ancora oggi un carattere a volte ruvido, a tratti urticante, ma con un valore, una caratura e un’attualità ancora saldamente integri nonostante la distanza che ci separa dal suo tempo.»

Si tratta, come osserva il giornalista Simone Gambacorta nell’Introduzione, «di saper cogliere la possibilità di ricavare dalle opere flaianee elementi utili per una visione critica del presente», rivelando grande sensibilità nell’analisi e nella descrizione del mondo contemporaneo.

Il risultato perciò è «una biografia agile e non troppo ingombrante», ma che rappresenta, specie per chi non è lettore di Flaiano e/o sta per accingersi ad aprire un suo libro, il punto dal quale partire per addentrarsi nell’universo scrittorio di questo «genio malinconico».

Una malinconia che in lui è profondamente radicata, addirittura consustanziale al suo essere. Sin da bambino, in seno alla famiglia e particolarmente al capezzale del padre Cetteo – un uomo avaro sentimentalmente e inguaribilmente egoista – Flaiano ha sempre avvertito un profondo malessere. Scrive l’Autore:

«La cifra esistenziale di Flaiano era contraddistinta dall’ambivalenza dei sentimenti, da un amore-odio molto personale; un odio, comunque, non inteso come puro sentimento negativo, distruttivo, assoluto, ma come un fastidio, un’indifferenza, una forma di critica vitale.»

Sentimenti di inadeguatezza e di esclusione, assenze reiterate e perdita delle proprie radici, provocano in lui un dolore lancinante che aumenta ogniqualvolta è indotto a lasciare la sua casa, sua madre Francesca che – come ricorderà alcuni anni dopo – rimpiangerà per “averla conosciuta troppo poco e troppo tardi”.

Un medesimo sentimento di estraneità, di spaesamento, di «imbucato dell’ultima ora» s’impossessa del suo animo anche quando vincerà la prima edizione del Premio Strega nel 1947 (superando, tra gli altri, Alberto Moravia), impedendogli di godere appieno della vittoria:

«Forse – scriverà qualche anno più tardi – la sensazione che ogni successo, in fondo, è un malinteso. Ricevevo un premio ambìto per un romanzo che ora trovavo tutto da riscrivere… Avevo in tasca un assegno di duecentomila lire e la certezza che non mi appartenesse.»

All’excursus geografico e spaziale, da Pescara a Roma, da Rimini a Milano fino alla partenza per l’Africa per partecipare alla Campagna d’Etiopia (a seguito della quale poi scriverà Tempo di uccidere), se ne aggiungono altri due.

L’uno speculare alla sua vita professionale in qualità di scrittore, critico cinematografico, direttore di riviste, giornalista, sceneggiatore; l’altro, invece, teso se non a scrutare (nel)l’anima del «genio malinconico», quantomeno a metterne in rilievo i lati più profondi e autentici. Gli stessi lati che Flaiano stesso metterà nero su bianco attraverso gli aforismi.

In questo viaggio alla (ri)scoperta di Ennio Flaiano, l’Autore cita sovente la figlia Luisa, affettuosamente chiamata dai genitori «Lé-Lé», malata di encefalopatia e che muta drasticamente le condizioni di vita dei genitori. Mentre la moglie l’accudisce amorevolmente, Ennio lavora infaticabilmente data la necessità di remunerazione, il tutto reso ancora più complicato dalle fasi conclusive del secondo conflitto mondiale.

Ma la sua sofferenza (di Flaiano) è soprattutto interiore, «aggravata dal pregresso tessuto di esperienze patite nella sua infanzia. Un doppio macigno destinato ad incidere sul suo carattere e nelle sue scelte di vita». Egli si persuade che

«la strada da percorrere è già tracciata nelle sue linee essenziali. Sono ammesse deviazioni volubili per sentirsi padroni del destino, che invece è già segnato nel carattere, cioè nella capacità di vedere quei segni e di sentirne il particolare significato.»

L’incontro e la collaborazione con Federico Fellini, prima della scissione, rappresentano un momento fondamentale nella carriera di Flaiano, anche se il sentimento d’amicizia che li lega va ben oltre il lato puramente professionale.

Resta il fatto che sia nella letteratura, sia nella settima arte il «genio malinconico» ha lasciato una traccia profonda e ben definita. Il tratto caratteristico che lo rende attuale, e talvolta persino profetico, è la sua capacità di analizzare la società, di guardare ben oltre la sua epoca.

Pertanto, l’invito di Antonio Di Loreto è di riscoprire Ennio Flaiano, la cui scrittura, sia che si tratti di un racconto, sia che si tratti di un pensiero sotto forma di aforisma, ha l’eccezionale peculiarità di

«rispecchiare in qualche modo il suo carattere a volte ispido, ruvido, tagliente, ma cristallino nei giudizi e sempre coerente con la sua morale e la sua etica. Riscoprire l’uomo e lo scrittore rappresenta quindi un esercizio utile per conoscere meglio noi stessi e la nostra società, nonostante i tanti anni di distanza che ci separano dalla sua vita e dalle sue opere.»

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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