Angela Cirone, Il respiro di un secolo

«Tutto sta velocemente cambiando aspetto. Cambia la faccia della città e cambia faccia la gente. Cambiano i contenuti e le intenzioni. Cambiano la politica e le istituzioni. Cambia il prete e la religione. Cambia l’essere umano che, pur saziato materialmente, si sta lasciando portar via l’essenza eppure tace e acconsente. O semplicemente dorme, restando ignaro. E intanto che l’estetica muta, muta anche l’etica.» (A. Cirone, Il respiro di un secolo)

Il viaggio di Michelina da Lucera a Torino e poi dalla città alessandrina di nuovo in Puglia, negli anni 90 del Novecento, è il contesto geografico, temporale e storico in cui Angela Cirone edifica Il respiro di un secolo. Conosciamo Michelina poco prima del matrimonio con Antonio, dove l’amore è solo teoria, almeno per il momento, perché «l’amore, quello vero, arriva col tempo [e] una volta nato mette le radici e non se ne va più».

All’indomani del primo conflitto mondiale, Michelina, che è una bracciante, respira a pieni polmoni la condizione di miseria e di sofferenza in cui versa il Sud dell’Italia. Ciò nonostante non perde la speranza che i suoi figli, un giorno, possano vivere in un mondo diverso, migliore di quello attuale.

Infatti, «nessuno più di un contadino sa estrarre il meglio dalla vita. Con poco è capace di farsi bastare tutto», giacché «vivere del necessario è il vero lusso per cui lottare e sacrificarsi».

Anche suo marito Antonio prova una medesima insoddisfazione, esasperata da indicibile rabbia, ma fa qualcosa di più che sperare: affonda i dispiaceri nell’alcool e nel gioco delle carte. Un vizio, questo, compensato dal suo essere un uomo onesto e un lavoratore incallito, pronto a sacrificarsi per sua moglie prima e per i figli poi.

Pur divisi politicamente – Michelina appoggia il Duce, Antonio ha idee socialiste – i due coniugi resteranno uniti e insieme saranno pronti a scrivere una nuova pagina del loro destino. Fallito il tentativo di Antonio di far fortuna ad Addis Abeba, partono per Torino:

«Che altro può fare la povera gente, se non camminare alla cieca nel solco tracciato dal destino?»

Il desiderio di costruire una nuova vita e il bisogno di distruggere quella vecchia non cancellano in Michelina il ricordo della sua casa, della sua gente, benché la sicurezza di appartenere a un luogo sia intaccata dall’approdo in una terra nuova e sconosciuta, ma che offre opportunità di grande sviluppo.

«Si compone così la famiglia. Il luogo da cui stacca con dolore e in cui non ci si scorda mai di ritornare. Il luogo da cui nessuno pensa di scappare per sempre. I corpi vicini che si sfiorano appena, l’odore di terra che passa dall’uno all’altra. I pensieri vicini e condivisi, eppure raramente espressi.»

Più volte l’Autrice coglie la protagonista in balìa dei ricordi. A quegli stessi ricordi Michelina si aggrappa nei momenti più bui e ogniqualvolta la volontà di ripartire e di ricominciare pare assopirsi: «Si sente una bolla d’acqua che rotola via senza far rumore, e poi si rompe e si disperde».

Il debole, ma tangibile bagliore di un sorriso è tuttavia destinato a spegnersi a seguito di un’inarrestabile decadenza sociale e morale, la realtà della Seconda guerra mondiale spezza drammaticamente l’incantesimo e «la maschera della normalità cade miseramente».

Di nuovo i bombardamenti, di nuovo le sirene, di nuovo il timore e il salto in un tunnel ancora più buio, a restare immutato è soltanto il dolore:

«Ecco qua tutto ciò che è avanzato a questa gente derubata dall’amore, della casa, di una terra, del naturale destino. […]Gente mutilata negli affetti, nella percezione stessa della scorrevolezza, fasciata in un presente tragico e sfilacciato che alla testa non può strappare un giorno di conferma. Esisterà un nuovo tempo al di fuori di questa storia?»

Michelina e Antonio, e i lettori con loro, lo scopriranno alla fine del conflitto, quando tutti si impegneranno a «cavalcare il futuro», a costruire il benessere e a cambiare il mondo con la consapevolezza che la vita non ha un senso in sé e per sé, giacché quel senso dobbiamo cercarlo e trovarlo nel tempo che ci è dato vivere. Del resto, «la vita è un’occasione da cogliere al volo, un biglietto da pagare, una corsa».

E in questa corsa ci sono la transizione dal vecchio (leggi: tradizione) al nuovo (leggi: cultura modernista su cui soffia il vento obsoleto del nihilismus) e l’obsolescenza della fede religiosa – quella stessa fede grazie alla quale i lucerini si sono salvati dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale – e che oggi è stata sostituita da esoterismi, follie e mode collettive. Pertanto, la libertà sconfina nell’egoismo e nella prevaricazione e “per il progresso senza fede non c’è posto per l’anima”, la quale – rifacendoci a Zoroastro – ha perso le ali.

© Antonietta Florio

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