Natalia Ginzburg, Le piccole virtù

«Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e sapere.» (N. Ginzburg, Le piccole virtù)

Le piccole virtù di Natalia Ginzburg è una silloge di undici racconti autobiografici e saggistici,  tra realtà vissuta e realtà inventata, venati di profondità ed autenticità tali da far vibrare l’anima.

La penna affilata dell’Autrice, a partire dalla sua propria realtà famigliare e professionale insieme e dalla sua vita interiore, coinvolge emotivamente chiunque abbia la fortuna di leggere queste pagine, riverberate da agnizioni morali, senza tuttavia vestire i panni della moralista, e cercando – come Calvino che in questo lavoro l’ha seguita – “ciò che nell’inferno, inferno non è”.

Ennesimo esempio lampante dell’unione intima e inscindibile di vita e letteratura, ma anche di una loro essenziale e irrimediabile diversità, Le piccole virtù hanno il pregio di portare la nostra attenzione sulle cose che davvero valgono nella vita, perché la difficoltà principale – come aveva ben osservato anche la filosofa Simone Weil – consiste “nell’essere all’altezza delle piccole cose”.

Nella prima parte, di taglio decisamente autobiografico, l’Autrice ripercorre tra nostalgia e speranza, il soggiorno in Abruzzo e la permanenza a Londra, contrassegnata quest’ultima da un’aura malinconica quanto più la vita sociale è conformata all’apparenza, focalizzata su discorsi vaghi e privi di sostanza, fermi sulla superficie e del tutto incapace di penetrare più a fondo. 

Altrettanto eccezionale e commovente è il racconto Ritratto di un amico, in cui Natalia Ginzburg ricorda affettuosamente Cesare Pavese, il suicidio del quale l’ha profondamente scossa, e in poche, ma dense pennellate tocca il punto principale:

«Noi stessi suoi amici […] non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano dell’esistenza, che procede uniforme, e apparentemente senza segreti. Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo; e così non poteva che guardarla come da sconfinate lontananze.»

La defezione pavesiana, secondo l’Autrice, consiste in un groviglio di pensieri sempre più complessi e tortuosi che, imprigionandogli l’anima, gli ha impedito di vivere in modo più leggero e respirabile, di accettare la realtà e piegarsi ad essa:

«Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua una tristezza come di ragazzo, la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che non ha ancora toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni.»

Nella seconda parte de Le piccole virtù prevale l’inflessione saggistica in cui l’esperienza del male – siamo nel periodo postbellico – ha modificato valori e stili di vita. È qui che la Ginzburg ci insegna che una casa è fatta di calce e mattoni, e può crollare da un momento all’altro; manca dunque di solidità.

È in queste pagine che l’Autrice, soffermandosi sul suo mestiere, dà una lezione di vita e letteratura; è qui che individua la sua missione e quella degli scrittori: servire la verità, dire la verità. Un atto, questo, che richiede e forza e silenzio, e tristezza e solitudine. Difatti, poco tempo dopo, in un altro scritto, la scrittrice dirà:

«In quello che abbiamo scritto, siano romanzi o commedie o altro, è nascosto e custodito il tempo che abbiamo passato mentre stavamo scrivendo.»

Pertanto la scrittura è ben lungi dall’essere un luogo di consolazione e di rifugio, uno spazio al cui interno trovare uno svago, «non è una compagnia». Tutt’altro. Scrivere è il locus dell’inquietudine, dell’affondo, «mangia il meglio e il peggio della nostra vita»:

«Questo mestiere è un padrone, un padrone capace di frustrarci a sangue, un padrone che grida e condanna. […] Allora anche ci aiuta a stare in piedi, a tenere i piedi ben fermi sulla terra, ci aiuta a vincere la follia e il delirio, la disperazione e la febbre. Ma vuol essere lui a comandare e si rifiuta sempre di darci retta quando abbiamo bisogno di lui.»

La guerra ha portato via ogni cosa, ha privato tutti della serenità interiore, ha sradicato in tutti una qualsivoglia certezza. Sulle sabbie mobili è difficile procedere e restare a galla richiede forza, coraggio, ma anche la fede in qualcosa, la credenza che, fra le cose che la tempesta ha portato via, si possa ancora effettuare un’operazione di recupero, senza tuttavia crogiolarsi nella dimensione del sogno.

«Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so.»

Quanto al racconto che dà il titolo all’intera raccolta, Le piccole virtù, Natalia Ginzburg lo esplora conformemente al rapporto genitori-figli. Ciò che ne emerge è l’importanza di insegnare ai figli che la vera ricchezza consiste nell’essere indifferenti al denaro, liberi di fronte al denaro. Come? Essendo sobri con se stessi e generosi con gli altri.

Un altro fattore importante, è il ruolo dei genitori. È naturale che essi si aspettano sempre il meglio dai figli, è naturale il loro desiderio di farli eccellere là dove essi hanno fallito (vuoi perché costretti, vuoi per altre concause), ma devono sapersi imporre dei limiti, costruendo il giusto equilibrio fra silenzio e parole:

«è falso che essi [i figli] abbiano il dovere, di fronte a noi, d’esser bravi a scuola e di dare allo studio il meglio del loro ingegno. Il loro dovere di fronte a noi è puramente quello, visto che li abbiamo avviati agli studi, di andare avanti.»

E poco più avanti:

«noi dobbiamo essere, per loro, un semplice punto di partenza, offrirgli il trampolino da cui spiccheranno il salto. E dobbiamo essere là per soccorso, se un soccorso sia necessario; essi debbono sapere che non ci appartengono, ma noi sì apparteniamo a loro, sempre disponibili, presenti nella stanza vicina, pronti a rispondere come sappiamo ad ogni interrogazione possibile, ad ogni richiesta.»

Pertanto: «quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore alla vita».

© Antonietta Florio

Pubblicità

Un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...