Giuliano da Empoli, Il mago del Cremlino

«Ma gli uomini della forza non avevano dato alcun contributo alla bellezza del mondo, le loro storie non erano fatte per essere raccontate, ma taciute. Nelle loro mani, tutto ciò che la vicenda russa aveva di tragico e di meraviglioso si presentava sotto una luce vivida, come una successione ininterrotta di sacrifici e di abusi. Ora invece ci si chiedeva di raccontare la maniera in cui la nostra storia aveva contribuito ad accrescere la bellezza del mondo.» (G. da Empoli, Il mago del Cremlino)

In una notte, il racconto di una vita accompagnato dall’immancabile vodka per riscaldare le freddi notte russe e provare, magari, a disgelare il cuore di un individuo che tiene il mondo sotto scacco. Vadim Baranov, Il mago del Cremlino – da cui il romanzo omonimo di Giuliano da Empoli, ispirato al personaggio reale di Vladislav Surkov – è il consigliere più influente di Vladimir Putin e perciò tutti lo chiamano «il nuovo Rasputin».

Enigmatico e colto, avvertendo l’inadeguatezza del letterato alla realtà contemporanea e subendo detta inidoneità come una scossa, si pone «alla ricerca dell’istante sul quale concentrare tutta la mia vita».

In prima persona e tramite flashback, egli racconta all’autore-narratore l’ascesa al potere dello Zar, entrando nel cuore della macchina russa, descrivendo il clima dentro e fuori il Cremlino ed evidenziando quanto le sue scelte – quelle di Baranov – siano state non libere, ma psicologicamente e inconsciamente condizionate, perché «il mezzo migliore per ottenere ciò che si vuole è l’adulazione, non il talento, il silenzio, l’eloquenza».

Infatti, con il senno di poi dirà:

«Contemplavo la mia vita come un subacqueo dal fondo. La vedevo brillare in superficie, ma non potevo respirare. […] mi sembrava di aver vissuto cento vite. Ma non avevo mai respirato. […] Ero rimasto in apnea.»

Riprendendo il discorso dalla fine dell’Unione Sovietica (1991), Baranov, anche con incursioni e riflessioni sul passato storico (la Rivoluzione bolscevica) e familiare, la deviazione nel mondo del teatro, in quello letterario di Zamjatin e della sua opera distopica Noi e del giornalismo di Limonov, Baranov costruisce un’immagine in farsi di Putin, il suo divenire, la realizzazione della sua metamorfosi, fino a comprendere – per estensione – il “credo” dell’élite russa, incardinato non sull’ossessione del denaro, ma dello status, del privilegio e della vicinanza al potere.

Una caratteristica dell’oligarchia russa è, infatti, quella di essere legata al suo passato, al fine di distanziarsene. Essere coscienti di ciò che è stato, della miseria vissuta per evitare, in futuro, di ritrovarsi nella medesima situazione. In sostanza, il motto è “meno parole e retorica, più fatti e azioni”.

Diversa è invece la concezione del popolo e dello stesso mago del Cremlino, per il quale nulla mai passa veramente e i russi sono fondamentalmente un popolo misoneista (?). Lì, la novità sarebbe stata e sarà sempre “bandita”, a tutto vantaggio di edificazioni mitologiche di personaggi che hanno segnato la Storia, i fondatori della loro patria.

Ma è altrettanto vero che al proprio destino non si sfugge e, misoneismo a parte, «il destino dei russi è quello di essere governati dai discendenti di Ivan il Terribile», perciò

«L’unica cosa che puoi controllare è la tua reazione, il modo in cui interpreti gli eventi. Se parti dal presupposto che non sono gli eventi a farci soffrire, ma solo il giudizio che diamo su di essi, allora puoi aspirare a prendere il controllo della vita.»

Vladimir Putin è un colonnello del Kgb, prima di fare il suo ingresso nel Cremlino «e traghettare la Russia nel nuovo millennio». Per nulla ironico, imprevedibile, glaciale negli atteggiamenti e ancor di più nelle relazioni personali (la solitudine in cui vive e di cui si nutre è mitigata dalla sola presenza del cane), il Putin che Baranov ci presenta, agli albori della sua scalata al Cremlino, è inesperto nella gestione della res publica, insicuro e persino titubante, ma ha il physique du rôle per accattivarsi la gente, «restaurare la verticale del potere» e fare dello Stato un’arma di difesa e di attacco.

«Come Dio, lo Zar può essere oggetto di entusiasmo, ma non entusiasmarsi lui stesso: la sua natura è necessariamente indifferente. Il suo volto ha già assunto il pallore marmoreo dell’immortalità.»

E mentre Putin fa esperienza politica, mentre va costruendosi la sua identità e centralizzando il potere (travalicando i confini russi), diventando così il protagonista di un dramma elisabettiano con gli occhi del mondo puntati su di lui, Baranov osserva quel dramma da vicino, subendo anch’egli – presto o tardi – gli effetti impensabili e abominevoli di quel potere liberticida, sia pure in un modo più edulcorato rispetto ad altre persone appartenenti alla cerchia dello zar, che per converso hanno pagato con la vita (un esempio su tutti: Boris Berezovskij, trovato impiccato a Londra) .

Lo scotto che pagherà Baranov è l’esilio nella Russia stessa (a differenza di Michail Chodorkovskij in esilio in Gran Bretagna dal 2003). La mannaia putiniana si abbatte sul mago del Cremlino, colpendolo nel suo tallone d’Achille, là dove è sicuro di fargli più male:

«L’Europa. Una cosa inconcepibile. Io, privato dell’Europa, capisce? […] La gentilezza dell’Europa, le sue luci dal basso che dissimulano la crudeltà del mondo: era venuto il momento di rinunciarci. Avevo sempre saputo, in fondo, che sarebbe arrivato quel momento.»

E l’amore? Giampaolo da Empoli non lo relega al margine. Anzi. Baranov è innamorato al principio, quando lo conosciamo, e lo sarà ancora di più quando lo lasciamo sull’immagine serafica di un miracolo che la vita gli ha fatto.

Non più la corsa per conquistare e dominare il mondo, ma la scelta di un frammento di mondo fatta con amore, con passione, con la frenesia della vita che fa vibrare le corde dell’anima. Quelle stesse corde che, alla fine del romanzo, provocano commozione.

© Antonietta Florio

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