Fiorella Borin, Rosso da morire

«Si sentiva sola, incompresa e imbrogliata. Solo una persona la pensava esattamente come lei […]. La verità che ogni giorno si faceva sempre più inafferrabile, a loro due appariva nitida come riflessa in uno specchio. A lei, perché conosceva sua figlia. A lui, perché conosceva gli uomini.» (F. Borin, Rosso da morire)

Nel pomeriggio di Ferragosto, la città di Vigilia – immaginaria località turistica del litorale veneto – è scossa dal rinvenimento del cadavere della sedicenne Marilena Olivieri e dalla scomparsa di un bambino rom.

Comincia così Rosso da morire di Fiorella Borin, che sfruttando il meccanismo della narrazione che si alterna tra il momento dell’antefatto, al momento in cui il fatto accade e il dopo, costruisce uno stato di tensione sempre crescente, pagina dopo pagina.

Ad esso si accompagna la disperazione di una madre che non ha più un motivo per cui gioire, l’amarezza per la grettezza di abbienti cittadini del Nord-Est, e l’equilibrio precario tra ragione e follia di chi non accetta, né vuole accettare un vivere civile basato su connivenza, omertà e cattiveria:

«I colpevoli sono già belli e pronti, non c’è bisogno di cercarli altrove né di approfondire le indagini. […] Tutto verrà archiviato, tutto finirà nel dimenticatoio. E Vigilia ne uscirà immacolata, fulgente perla della riviera adriatica, paradiso dei turisti e oasi incantevole per i suoi abitanti, come ogni cartellone pubblicitario vuole che sia.»

Durante le indagini, due blocchi si sovrappongono: quello di una piccola realtà provinciale e quello del giornalismo, che dei fatti ne dà una percezione distorta, seminando discordie, anche a sfondo razzista, tra l’opinione pubblica, adusa a riunirsi e a commentare i fatti nel bar cittadino, nel quale si distinguono quelli che l’Autrice definisce i «Grandi Vecchi», dispensatori di saggezza e testimoni di un passato destinato a sopravvivere solo sulla carta stampata.

Fra la gente che si appresta a trovare un colpevole per entrambi i casi, v’è un uomo, Sebastiano il suo nome, desideroso di fare chiarezza, la qual cosa significa per lui «individuare e punire chi ha commesso l’azione sbagliata».

Avvia perciò una guerra personale finalizzata a scoprire la verità tanto chiara ai suoi occhi, eppure così inafferrabile, e scambiando, non di rado, la vendetta per giustizia, ma fermandosi in tempo, prima di commettere una qualche barbarie.

Naturalmente anche la madre della ragazza, ex maestra, vuole far luce sull’omicidio, ma il dolore della perdita si acuisce quando tra la gente e sul giornale locale vengono diffuse notizie che tacciano la donna di negligenza, «ritrovandosi sul banco degli imputati al posto di chi dovrebbe starci».

Malavita, corruzione, denaro (e pure tanto), il giovane Gianluigi Macaluso, sospettato numero uno, e l’entrata in scena della comunista Giuseppa Pavan, «rozza nei modi quanto pura nell’animo», rea di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, mettono in moto un meccanismo che pare portare la narrazione sul binario dell’ovvietà.

Ma non sarà così. Il complotto è ovunque, il colpo di scena dietro l’angolo. E qualcuno, un’anima candida non perderà la speranza che un giorno «da tutto questo male può scaturire un’infinitesima possibilità di bene». In proposito, la citazione in epigrafe di Albert Einstein è quanto mai opportuna: «Il mondo non sarà distrutto dai malvagi, ma da coloro che restano a guardarli senza fare niente».

© Antonietta Florio

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...