Marina van Zuylen, Mademoiselle Bistouri di Baudelaire o dell’insensatezza

«Il poemetto di Baudelaire, nella sua rappresentazione del linguaggio folle, si avvicina a una tale ricerca della verità. La mediazione fra il poeta e la donna pazza non è certo medica ma metafisica. Se c’è una logica, è una logica dell’irreale che, pur non essendo quella del poeta, riflette comunque la sua condizione.» (M. van Zuylen, Mademoiselle Bistouri di Baudelaire o dell’insensatezza)

Il poemetto in prosa Mademoiselle Bistouri di Baudelaire – oggetto di studio di questo libriccino che vede la lettura e l’interpretazione multidisciplinare di Marina van Zuyden, intitolato Mademoiselle Bistouri di Baudelaire o dell’insensatezza – appartiene al genere thriller psichiatrico, dove la protagonista monomane incontra per le strade parigine il narratore – lo stesso poète maudit – e si persuade che egli sia un medico (un chirurgo, per la precisione).

Ciò la spinge a raccontarsi e a raccontare di un suo trauma rimosso, senza svelarne però l’origine, compiacendo il narratore, che decide di stare al gioco per sfuggire allo spleen e alla banalità del quotidiano, ripiegandosi quindi su sé stesso.

Da qui l’insensatezza della protagonista e il disorientamento del lettore, a metà strada tra ragione e follia, realtà e irrealtà; da qui, ancora, la messinscena del rapporto fra una pazza e un essere sano che in un primo momento diventano complici e successivamente si scambiano il ruolo.

Di conseguenza, il personaggio femminile altro non è che il doppio del narratore, indotto dal suddetto incontro a mettere in discussione la sua definizione del reale e imparando a conoscersi attraverso la di lei follia.

Eppure pare esserci una sorta di paradosso, laddove la pazza vive senza ambiguità, consapevole com’è della sua «verità irragionevole» e il “non-malato” che, per converso, è tormentato dal mondo reale, che non riesce a comprendere. Ma proprio questa incomprensione diventa una risorsa, una medicina per guarire dal morbo della melancholia, quantunque la guarigione – nota Giuseppe Bevilacqua nell’Appendice al testo – “stia sulla punta del bisturi”.

Alla fine del dialogue, il lettore saprà che l’irragionevolezza è consentanea all’essere umano, «la follia farebbe parte della ragione come il dito fa parte della mano». Pertanto, l’immaginario e la realtà non sono più concepite come dimensioni contrapposte e sovrapponibili, bensì ricongiunte in un unico insieme. È, appunto, Mademoiselle Bistouri a farsene testimone:

«grazie alla smania di trasformare ogni passante in dottore, si costruisce un universo in cui i dati del reale sono perfettamente ordinati dalla sua malattia.»

Ne viene fuori il celebre dualismo tra arte e follia, tema caro agli spiriti dell’Ottocento e al Kant della Critica del giudizio, ma è anche un indizio che ci consente di leggere la duplice natura dell’universo baudelairiano e della rappresentazione artistica in generale, pur avendo questa – è importante sottolinearlo – una finalità terapeutica. Scrive Marina van Zuyden in proposito:

«L’arte ha lo stesso ruolo testardo di Mademoiselle Bistouri, facendo sempre passare una cosa per un’altra, spingendo il lettore a sostituire il mondo immaginario con il mondo reale. Il mondo della follia e quello della scrittura solidarizzano.»

Alla Parigi misteriosa e abietta del XIX secolo, che si fa strumento di rivelazione dell’evoluzione interiore dell’Autore ed elemento toponomastico per eccellenza della sua poesia lirica, fa da contrappunto il mondo interiore perfettamente logico e coerente di Mademoiselle Bistouri.

In tal senso, ella abbatte la figura dell’homo duplex, preso nella perenne lotta fra l’ideale e il materiale, consentendo l’armonizzazione dei mondi fenomenico e noumenico.

© Antonietta Florio

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