Salvatore Satta, Il giorno del giudizio

«Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale.» (S. Satta, Il giorno del giudizio)

Il giorno del giudizio di Salvatore Satta (giurista e scrittore nuorese) è un romanzo diviso in due parti, cui protagonista è la famiglia Sanna Carboni, con Don Sebastiano e Donna Vincenza come pilastri e i loro sette figli, nell’impresa difficile, come per chiunque altro genitore, di “gettarli nel futuro”.

La storia è ambientata in Sardegna, e precisamente a Nuoro, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, e registra i cambiamenti storico-sociali che si verificano nel resto del Paese, del quale l’isola sarda ne costituisce soltanto un minutissimo frammento.

Ciò che l’Autore vuole mettere in evidenza è lo scacco tra la storia e la Storia, il microcosmo nuorese inglobato nel macrocosmo; e lo fa partendo proprio dalla realtà di persone «che una realtà non l’hanno avuta e non potevano avere» (e che se anche l’avessero avuta non avrebbe destato interesse), in un «paese che non aveva motivo di esistere» e in cui ognuno «deve vivere per conto suo e nello stesso tempo vivere con l’altro».

Difatti, attraverso le vicende dei Sanna e della comunità nuorese che si riunisce nel caffè Tettamanzi e che si ritrova inevitabilmente intrappolata negli stravolgimenti suddetti – quantunque assiste da lontano agli eventi bellici e politici, ma da vicino per quanto concerne le relazioni personali individuali, coinvolgenti anche la sfera religiosa, Satta porta direttamente il lettore in una riflessione molto più profonda e che ha a che fare con il destino che ci accomuna tutti.

A partire dalle descrizioni paesaggistiche di Nuoro, l’Autore passa poi in rassegna ogni membro dei Sanna e delle persone aduse a frequentarle, che siano della famiglia oppure no. Notevole è il personaggio di Donna Vincenza, oppressa da una vita matrimoniale insoddisfacente, sentimentalmente sterile e schiacciata dall’incomunicabilità.

Più volte, il coniuge le ripete: «Tu stai al mondo soltanto perché c’è posto». Ma Donna Vincenza, con un vuoto e una solitudine interiore quasi del tutto incolmabili (se non fosse per i figli), c’è una cosa che sa fare benissimo in questo mondo: sa amare e «quando si ama – dice L’uomo senza qualità di Musil – tutto è amore, anche se è dolore od orrore».

E, infatti, Donna Vincenza capace d’amare anche là dove non incontra che asprezza sino ai limiti dell’odio (o peggio della più cruda indifferenza); ha la forza di amare anche là dove chi dovrebbe metterla al primo posto e considerarla sempre e comunque, nella buona e nella cattiva sorte, fa sorgere in lei quell’esecrabile sentimento, che pian piano diventa persuasione, di essere di troppo, perché

«l’amore non è volontà, non è studio, non è quel che si dice genio, è intelligenza, la vera sola misura della donna, e anche dell’uomo.»

Oltre a palesare il ruolo che la donna aveva a quei tempi («strumento delle esigenze della vita»), anche Don Sebastiano, malgrado la corazza con cui Satta ce lo presenta, ha una sua debolezza. Ad un certo punto, questo notaio – che non è monarchico, ma neppure democratico, che non è religioso, ma neppure si potrebbe definirlo ateo – dopo essersi così a lungo prodigato, si rende conto che la sua famiglia gli è rimasta estranea.

Il dovere principale, e cioè il lavoro, ha risucchiato tutte le sue energie, l’ha intrappolato nel suo ingranaggio a tal punto che da non lasciare spazio a sentimenti e a qualsivoglia forma di sentimentalismo. Ed egli esige la stessa cosa dai figli (un atteggiamento sicuramente non ineccepibile per Natalia Ginzburg!):

«non voleva dai suoi figli e per i suoi figli altro che questo: che studiassero, e ripetessero su per giù la sua vita, e si costruissero la loro come egli aveva costruito la sua. Il guaio è che egli, come tutti, non sapeva che cosa era la sua vita, quale degli infiniti germi che chiudeva nel suo seno, e che egli naturalmente ignorava, si sarebbe messo a germogliare in ciascuno dei suoi figlioli.»

Don Sebastiano vede realizzarsi il suo sogno, quando ognuno dei ragazzi intraprende la propria strada: Ludovico con un’autentica vocazione enciclopedica e gli altri più grandicelli che, allo scoppio della guerra, sono chiamati ad arruolarsi. E Donna Vincenza? Era e resterà lì, sempre più sola «nella profondità del suo animo».

E così va avanti il mondo. In questo vortice di eventi ordinari e straordinari, in un paese come Nuoro che si sta avviando alla modernità e, dunque, alla confusione, il solo punto d’incontro, là dove si gioca la partita decisiva e attesta l’essenza del destino di tutti, è – nel giorno del giudizio, appunto – il cimitero.

© Antonietta Florio

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