Emanuele Severino, La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente

«Creare: condurre nell’essere ciò che non era, che era nulla. Annientare: riportare nel nulla ciò che era riuscito a essere. Negare l’esistenza decretare e dell’annientare è negare l’esistenza del divenire, ossia di ciò che per l’Occidente è l’evidenza suprema.» (E. Severino, La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente)

Sin dall’inizio de La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente,una raccolta di interventi che si contraddistingue per lucidità d’analisi e acume delle riflessioni, adatte anche per neofiti e per i non addetti ai lavori, Emanuele Severino si concentra – come si evince dal titolo – sulla storia dell’Occidente.

I meccanismi di questa storia, che è una storia della Follia (scopriremo perché e in che senso strada facendo), sono i meccanismi dell’errare, la cui nefanda conseguenza è l’alienazione. O meglio, tali meccanismi sono le strutture che sostengono quella che il filosofo definisce «essenza del nichilismo».

Alla base di tale essenza, che è diventata parte integrante del cosiddetto «sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo», vi è la persuasione (l’illusione, anzi), della capacità dell’agire umano di oltrepassare i suoi propri limiti. Un atteggiamento, questo, che ci rende orfani della Verità. Porta, cioè, all’alienazione della Verità.

Ma perché la storia dell’Occidente è la storia del nichilismo? Il fulcro di questo saggio sta tutto qui: nel mettere in risalto

«l’incapacità di prestare ascolto alla spinta che lo ha fatto inevitabilmente accadere, e al significato di questa inevitabilità».

Inevitabile è la lotta dell’uomo contro il dolore e la morte (il Male inseparabile dalla vita), il cui rimedio e la cui consolazione è costituita dalla festa arcaica, ovvero l’arte, la poesia, il mito e la saggezza filosofica coniugata al credo cristiano.

La reazione all’angoscia e alla morte assume un carattere sempre più potente (la volontà di potenza) presso le civiltà, fino a giungere alla civiltà contemporanea della tecnica.

L’Occidente segue la retta via di Dante nella ricerca della verità e dell’eterna letizia, salvo poi smarrire il senso tremendum-fascinans del divino e smarrirsi essa stessa nella selva oscura della non-verità, dell’Errore, del nulla.

Di conseguenza Nietzsche e, prima di lui Leopardi – grande pensatore inascoltato, ma al quale il filosofo bresciano lascerà la parola ne Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età dell’età della tecnica: Leopardi (la recensione è prossima) – possono asserire che

«L’immagine prodotta dal genio unisce la poesia alla filosofia, ma è la potenza della poesia a consentire al mortale di sollevarsi ancora per un poco al di sopra del nulla che si mostra nella verità terribile della filosofia. »

Senza l’espediente salvifico della poesia, l’uomo è dunque risucchiato nella contemplazione del nulla, nella presa di coscienza dell’impossibilità di vincere il divenire ed è pertanto destinato all’angoscia estrema.

È a questo punto che, dalla radice della scienza unità alla filosofia , germoglia il «fiore della tecnica», «un gigante incapace di interloquire con chi gli dice che il cielo non va toccato», giacché suo scopo – che determina il senso e l’essenza dell’azione – è l’aumento indefinito della potenza.

Si tratta di ciò che Severino chiama il «rovesciamento delle parti»: la tecnica da mezzo diventa scopo (forma trascendentale delle forme empiriche del divenire) e il potenziamento della tecnica diventa lo scopo dell’uomo, il cui itinerario ha come mèta ultima la Gloria, ossia l’adeguazione del finito all’infinito.

«L’essenza della tecnica è la messa in opera del rapporto mezzo-fine: l’organizzazione di mezzi in vista della produzione di scopi, e propriamente di quello scopo che è l’incremento indefinito della capacità di produrre scopi.»

Ecco perché la storia dell’Occidente è la storia della volontà del tramonto della tradizione, della distruzione del passato e, dunque, anche del nascondimento (in senso ontologico) della verità (se ci atteniamo al termine greco alétheia, letteralmente “non nascondimento”), con il conseguente e inevitabile dominio della tecnica (a livello planetario).

In che modo? Dimostrando che la guida del mondo è un compito che non può più essere assolto dalle forze della tradizione (capitalismo, religioni, politica).

«La tecnica moderna è il nostro destino perché è la forza oggi più potente, ed è la più potente perché avverte sempre più la voce della filosofia [non della scienza]. Tale voce dice che davanti alla tecnica non esiste più alcun limite, alcuna «natura» da rispettare.»

È chiaro, allora, che l’essenza della filosofia degli ultimi due secoli sia la frantumazione dell’ordine, “la distruzione della concezione della realtà”, a beneficio di una produzione nuova della realtà, senza tuttavia sventare la minaccia del nulla e liberare l’uomo dall’angoscia. Tale è la «vertigine del moderno».

Detto in termini propriamente severiniani, è la persuasione che le cose nascono dal nulla e ad esso, annientandosi, ritornano; da qui «la fondazione incontrovertibile dell’impossibilità del Dio metafisico» e il giogo dell’eternità del divenire.

La storia dell’Occidente è, in tal senso, la storia dell’essenza del nichilismo, cioè dell’affermare che ciò che è non sia, dell’eccidio dell’essere. Una volta di più, è Leopardi ad anticipare il pensiero asserendo che il Principio delle cose (arché) sia il nulla. Del resto,

«il nichilismo non è forse, innanzitutto, pensare che l’essere è nulla? E non è forse per questo antico pensiero che possono essere maturate tutte le radicali distruzioni che scandiscono la storia dell’Occidente?»

Ed è alla luce di ciò che Severino conia la locuzione «coerentizzazione dell’Occidente», a significare cioè che la civiltà della tecnica rappresenta l’iceberg della coerenza del nichilismo, in cui l’unica verità incontrovertibile e assoluta è il divenire di tutte le cose e «la storia della fede nel divenire altro è la storia della Follia più profonda».

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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