Eric Dodds, I greci e l’irrazionale

«Gli uomini che hanno creato il primo razionalismo europeo non sono mai stati – fino all’età ellenistica – “semplici” razionalisti: vale a dire, erano profondamente e mentalmente consapevoli del potere, della meraviglia e del pericolo dell’irrazionale. Ma potevano descrivere quello che succedeva sotto la soglia della coscienza solo nel linguaggio mitologico o simbolico; non avevano nessuno strumento per capirla, ancora meno per controllarla.» (E. Dodds, I greci e l’irrazionale)

La Grecia, culla della cultura, dell’arte e della bellezza, è un faro che ha illuminato l’Occidente ed è soltanto presso i Greci che «troviamo l’ideale di ciò che noi potremmo essere e realizzare». Ne I greci e l’irrazionale, Eric Dodds, pur riconoscendo l’eccezionalità del popolo greco, è mosso dall’interesse di ricercare caratteri irrazionali in un popolo dominato dalla ragione e dal logos.

Il quesito che attraversa gli otto capitoli che compongono il volume è: che cosa significa irrazionale? Senza dare una risposta precisa e definitiva – che tuttavia sarebbe complicato – l’analisi dell’Autore ricopre un arco di tempo che va da Omero fino al II secolo a.C.

In questa operazione egli evidenzia le differenze tra le concezioni dei “primitivi” e la nostra mentalità postmoderna, specie per ciò che concerne la pratica dei tatuaggi, i sogni, l’influenza astrale, passando per taluni fenomeni psichici come lo stato di trance e le allucinazioni, lo sciamanesimo e le pratiche magiche.

Anzitutto, Dodds, osservatore dei fenomeni irrazionali e influenzato dalla psicologia freudiana e dalla teoria del mito junghiano, è convinto che i suddetti fenomeni possano essere sottomessi alla ragione. Così egli, esaminando la produzione omerica, a partire dall’Iliade (nella fattispecie il sacrificio di Ifigenia), afferma che l’ingerenza soprannaturale sia all’origine del turbamento mentale, che influisce di conseguenza sulla condotta dell’uomo e si ha – per così dire – «la trasmissione di potenza dal dio all’uomo».

Si verifica qui la transizione dalla civiltà di vergogna – in cui i singoli si preoccupano di conservare la propria immagine – alla civiltà della colpa, nella quale tutti aspirano al bene supremo e tendono alla tranquillità della coscienza. Se l’uomo omerico, quindi, attribuisce a una causa fuori di sé la disgrazia da cui è colto, l’uomo dell’età successiva nutre la convinzione di espiare la colpa che lui stesso, o qualcuno dei suoi avi, ha commesso nei confronti della divinità.

Allora, nel capitolo in cui Dodds si concentra sull’esperienza onirica dell’uomo greco, o per meglio dire sull’atteggiamento che l’uomo greco ha nei confronti di un’esperienza siffatta, viene fuori che la pratica dell’incubazione (ma non solo di questa) è il riflesso di uno schema di una civiltà antica che ha dato origine allo spiritismo.

In sostanza, i greci antichi credevano che i messaggeri divini comparivano nei sogni per comunicare con gli uomini e ciò era possibile poiché in questi uomini si celava una potenza innata e occulta. Quanto allo sciamanesimo, si ipotizza che a seguito dell’apertura del Mar Nero al commercio greco (VII secolo) si sia sviluppata l’idea della relazione anima-corpo e trova il suo rappresentante più illustre in Pitagora, convinto assertore della rinascita:

«Pitagora fonda una specie di ordine religioso, una comunità mista maschile e femminile, con una regola di vita condizionata dall’aspettazione di vite future. […] Pitagora non prometteva forse ai suoi seguaci che essi avrebbero vissuto altre vite, diventando infine demoni o addirittura divinità?»

Una convinzione, questa, che in epoca più tarda, Platone trasforma nella teoria della trasmigrazione delle anime (Fedone), mentre nella Repubblica parla di «una nuova specie di sciamani razionalizzati».

Tutto questo è il «conglomerato ereditario dell’età arcaica» che da un punto di vista intellettuale è una congerie di teorie e pensieri culminanti nella scoperta del relativismo delle idee religiose e in cui anche le categorie del buono, dell’utile e del vantaggioso finiscono per mescolarsi e confondersi.

D’altro canto, però, Platone riconosce la pochezza dell’uomo, un essere creato dagli dèi e da questi è sospinto nel vortice dei timori, delle gioie, delle speranze e delle passioni (pathos). E non è nei rituali, ma nel raccoglimento spirituale, nella contemplazione silenziosa del divino e nella meditazione che il filosofo ateniese individua il mezzo più efficace di purificazione (katharsis).

Nel periodo ellenistico, il conglomerato ereditario si disintegra e il timore della libertà, di assumersi il fardello della responsabilità della scelta individuale, ha avuto come effetto un ripiegamento sulla divinazione, sull’accettazione del determinismo astrale. Ed è qui, in ultima analisi, che Eric Dodds, si chiede:

«Che cosa significano questo ripiegamento, questo dubbio? Esitazione prima del salto o inizio di una fuga panica […] Fu il cavallo a rifiutare il salto o il cavaliere?»

Per affrontare il salto decisivo e vincere la paura abbisogna conoscere il cavallo, pertanto – asserisce ancora l’autore – i primi razionalisti greci sentivano anche con l’immaginazione le paure e le meraviglie dell’irrazionalità.

© Antonietta Florio

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