Emanuele Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi

«Leopardi porta alla luce il fondamento decisivo di ogni critica che la filosofia contemporanea rivolgerà alla tradizione. La filosofia contemporanea non andrà più a fondo; anzi, spesso di ritrarrà verso la superficie, presentandosi come critica gratuita del passato. Leopardi è il primo filosofo contemporaneo, nel senso che apre la strada e insieme perviene alla dimensione ultima a cui questa strada conduce.» (E. Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi)

Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi di Emanuele Severino non è un saggio sulla figura del poeta recanatese, ma è l’indagine pedantesca sul pensiero di Giacomo Leopardi che s’incammina, sessant’anni prima di Nietzsche, nell’ultimo tratto del «sentiero della Notte», che approda nel paradiso della tecnica e della ragione.

È qui che l’Occidente – il futuro dell’Occidente – gioca la sua partita decisiva. E Leopardi, grande pensatore filosofico tutt’oggi inascoltato, lascia il passato per percorrere la strada della contemporaneità. Intrecciando in maniera indisgiungibile poesia e filosofia, egli perviene alla dolorosa verità su cui l’Occidente imbastisce il suo credo: la fede nel divenire. Meglio: nell’eternità del divenire.

«Il divenire è il processo in cui solo se c’è produzione di cose nuove c’è distruzione di quelle vecchie, e solo se c’è distruzione delle vecchie c’è produzione delle nuove.»

Il pessimismo leopardiano – asserisce Severino – non può essere pienamente e perfettamente compreso se non si tiene conto dell’essenziale sostrato filosofico. Il paradiso della téchne verso cui la civiltà occidentale sta marciando si presenta insidiosa e perniciosa, là dove il suddetto paradiso cela – per così dire – il vaso di Pandora, il cui scoperchiamento è all’origine dell’angoscia prima e della noia poi.

Perché? Perché «tutto è nulla», perché è possibile, ma non necessario, che le cose possano non essere, cioè non essere niente (l’essenza del nichilismo) e tutti gli accadimenti sono senza perché. Questo è il tema che Leopardi per primo porta alla luce.

Di conseguenza, la verità rivela la nullità delle cose e l’annientamento della vita. La verità altro non è che la conoscenza che tutto è nulla (nihil negativum). Perciò non costituisce più un rimedio al dolore, non è il phàrmakon dell’anima, non è più salvezza, essendo essa stessa [la verità] minaccia o perdizione dolorosa, da cui germina la condizione onnipresente della noia.

Nel vortice angosciante e infelice del divenire, nella disperazione che si origina dalla coscienza dell’annullamento dell’essere, esiste qualcosa che Leopardi chiama «ingredienti essenziali del sistema della natura umana» o, anche, «dolci speranze». Si tratta delle illusioni, ossia la «saviezza che distoglie lo sguardo dalla verità» e dell’immaginazione, la sola che può procurare il «piacere infinito che non si può trovare nella realtà».

Da qui la distinzione tra antichi e moderni che comporta di conseguenza la ripartizione storica delle forme del dolore, che negli uni affetta il corpo, negli altri, invece, poiché hanno cognizione del vero, ne intacca l’essenza ed è pertanto senza medicina, giacché la cognizione del vero , cioè del puro e solido nulla, produce angoscia e malinconia, noia e disperazione.

La forma più alta dell’illusione e dell’immaginazione è la poesia, indisgiungibile dalla filosofia (anche in questo caso considerando il distinguo tra filosofia antica e moderna!), ossia le «opere di genio», che vivificano il sentimento del nulla. Se il pensiero costruisce finzioni, la ragione, facendo irruzione nell’esistenza, le distrugge (anche se l’illusione continuerà ad avere forza), materializzando la spiritualità del sentimento e guardando la verità terribile delle cose:

«La ragione è conoscenza dell’«esistenza»; e l’esistenza, che è lo stesso amor proprio, è finitezza e precarietà. La cosa più materiale è l’esistenza finita e caduca che vuole se stessa: l’essere la cosa più materiale significa essere esistenti, cioè caduchi e finiti. E la ragione è la cosa più materiale, appunto perché è la conoscenza della caducità e finitezza dell’esistenza.»

La forza e la magnificenza del pensiero di Leopardi è inscritta dunque nel processo che porta alla luce l’essenza nascosta della filosofia moderna e che dimora nell’inconscio dell’Occidnete: la radicale nullità delle cose, poiché tutto viene dal nulla e ad esso, annientandosi, fa ritorno, precludendo all’uomo la possibilità di salvarsi dal nulla:

«tutto è immerso e travolto dal divenire […] Pensare che l’essere esce e ritorna nel niente significa pensare che l’essere è niente.»

Il paradiso della tecnica e della ragione è destinato al fallimento appunto perché è impotente nel gioco infinito e annientante del divenire; è destinato a diventare il luogo «della verissima pazzia» e della noia, poiché, essendo distruttrice, non sa colmare i buchi del vuoto e vede perfettamente la finitezza del reale visibile, laddove la verità certa e incontrovertibile (l’epistéme) è stata rimpiazzata dalla logica ipotetico-probabilistica della tecnoscienza.

© Antonietta Florio

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Un commento

  1. […] Un decisivo cambiamento di registro si ha con Giacomo Leopardi che, finalmente trova posto legittimo nella schiera dei filosofi. Il recanatese se da un lato sottolinea il rapporto stretto, e anzi indisgiungibile, tra filosofia e poesia. Dall’altro evidenzia le nefandezze e i pericoli dell’«incivilimento eccessivo», dello sviluppo tecnico-scientifico, formulando quel concetto di nichilismo che occuperà massimamente la speculazione nietzschiana e heideggeriana e di cui Emanuele Severino ne offre un’attenta e illuminante disamina ne Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età tecnica: Leopardi. […]

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