Franco Ferrarotti, Verso l’auto-annientamento e la possibile rinascita

«C’è una vita umana che va oltre la situazione dell’uomo nella sua quotidiana esperienza. È la vita interiore, quella che si realizza nel dialogo con sé stessi, e quindi nel monologo che si fa dialogo, nell’identità che si scopre correlativa e legata all’alterità. […] Occorre ripensare l’individualismo in termini e nel senso dell’orientamento sociale. […] Riscoprire l’empatia creatrice contro e al di là del tornaconto puramente individuale e dell’interesse egoisticamente inteso. Nessuno si salva da solo.» (F. Ferrarotti, Verso l’auto-annientamento e la possibile rinascita)

L’uomo e il suo ruolo nel mondo d’oggi è al centro del saggio Verso l’auto-annientamento e la possibile rinascita di Franco Ferrarotti, il cui sguardo indagatore sviscera i meandri della realtà sociale e riflette sui progressi compiuti durante le varie fasi storiche e relative evoluzioni, senza disdegnare le contraddizioni che segnano inconfondibilmente la vita moderna.

Nel fare ciò, l’Autore evidenzia in primo luogo la spersonalizzazione dei valori individuali e collettivi, conseguenti, ma senza essere per questo giudicati come unici imputati, del lavoro industriale sempre più greve di inquietudini e nevrosi, interessato com’è al solo aspetto economico e bypassando completamente l’aspetto spirituale e la dimensione interiore degli esseri umani, sfiancati sempre più da

«un mercato del lavoro del tutto impersonale, nel quale le abilità personali non hanno grande, decisivo valore».

Ed ecco la denuncia della tecnica e della tecnoscienza che con i suoi quotidiani progressi, con l’invenzione e l’uso sempre più frequente, se non addirittura esclusivo, delle macchine-utensili, sembra aver avviato di fatto un rapido e implacabile processo di oblio dell’uomo, le cui skills ed esperienze personali vengono valutate proporzionalmente al complesso tecnico automatizzato. L’uomo funzionario di Weber, che muore stanco della vita, ma non sazio di essa, è un’entità divenuta sostituibile e, dunque, deresponsabilizzata.

Così, ad un drastico cambiamento delle abitudini di vita, persino nei rapporti personali, segue un interrogativo che in molti si sono già posti e continuano a porsi, nonostante alcune risposte siano state già fornite: la scienza e la tecnica sapranno autoimporsi dei limiti?

La “geometrizzazione del mondo ha decapitato la filosofia” (Husserl) e la riproducibilità tecnica della natura non lascia indenne gli esseri umani, sempre più in balìa di un Naufragio nel contromondo, «di un mondo smemorato alla deriva».

È l’allarme lanciato da Nietzsche, che con Zarathustra, l’Ubermensch, tenta disperatamente di «ridefinire l’individuo come valore in sé», come «universo singolarizzato» e, per ciò stesso, «unico, irripetibile e irriducibile ad altro».

Ma è anche il potente grido di Sartre, definito da Ferrarotti uno «specialista dell’universale», che – scontrandosi con la de-soggettivazione heideggeriana, s’impegna ad elaborare un esistenzialismo come “umanismo”.

Ciò considerando, egli [Sartre] perviene alla conclusione che l’uomo s’impegna per la libertà ed è fatto per la responsabilità: «Ognuno deve costruire da sé la propria libertà come costruisce, decidendo, la propria vita», poiché l’uomo – asserisce il filosofo francese – «non è altro che ciò che si fa». E questo è il principio primo dell’esistenzialismo, questa è la chiave per comprenderlo.

In questo frangente appare altrettanto chiaramente la funzione dell’intellettuale che, occupandosi del generale e non del particolare o di questo o quell’aspetto del reale, s’interroga sul “perché”, e non sul “come”, laddove si genera la contrapposizione tra la razionalità sostanziale e la razionalità puramente formale.

Ma con Sartre ci si ritrova dinanzi a un argomento fondamentale del testo di Franco Ferrarotti e che, in certo senso, viene contrastato. Se per Sartre “l’inferno sono gli altri”, poiché è da questi condizionato, per l’illustre sociologo non si può essere sé stessi senza rapporti con gli altri.

L’identità necessita dell’alterità, l’una è correlativa all’altra, l’io non può esistere senza il tu e il monologo deve trasformarsi in dialogo, un “comunicare con” e non un “comunicare a”, quale caratteristica dell’informazione elettronica:

«L’Io comincia a vivere quando scopre, ascolta, tocca e viene toccato dal Tu. Qui la parola chiave è: dialogo, scambio, intenzionalità.»

Pertanto è necessario rafforzare il legame sociale e rinsaldare quello fra memoria, esperienza e vissuto, bisogna rinnovare l’empatia e rinvigorire la comunicazione, irrobustendola di idee e valori che sono andati persi, di contenuti «non sfruttabili in termini di manipolazione psicologica di massa».

«L’uomo è un progetto per l’uomo, un bisogno continuamente rinnovato di empatia, amore, riconoscimento, accettazione per cui ogni essere in sembianze umane che passi per una volta sul pianeta Terra è titolare […] di un inalienabile diritto di umanità per cui deve essere riconosciuto, accettato e, come tale, rispettato.»

In tal senso, la sociologia – osserva Ferrarotti – si trova oggi nella posizione di dover rispondere alla domanda “che cos’è l’essere umano?”.

Homo faber e agente attivo, l’uomo è irretito nella temporalità del fatto, la cui essenza risiede nella continuità. Ed essendo l’uomo manchevole per natura, cerca continuamente e instancabilmente sé stesso, s’impegna a perfezionarsi.

Ma tale operazione può avere successo solo se ci si rivolge verso la propria interiorità, se si guarda al passato per comprendere il presente e progettare il futuro, perché

«siamo ciò che siamo stati. Più precisamente: ciò che ricordiamo di essere stati».

Non è l’innovazione tecnologica ad avere un effetto terapeutico sul vuoto dell’uomo e sulla regressione civile. La techné al contrario, non ha un senso, né uno scopo. Semplicemente “funziona”. Per cui, per riscoprire la vera natura dell’uomo, per conoscersi davvero bisogna prendersi un momento di tranquillità, (ri)tornare dentro di sé e (ri)trovare l’orientamento. In questo processo di ricostituzione e di riallacciamento della certezza della verità interiore con la frammentarietà della vita esteriore quotidiana, la sociologia ha un ruolo di capitale importanza.

© Antonietta Florio

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