Guy de Maupassant, Bel Ami

«Un terrore confuso, immenso, opprimente gravava sull’animo di Duroy: il terrore del nulla sconfinato, ineluttabile, che distrugge all’infinito ogni esistenza, sempre così breve e meschina. […] Eppure c’è una cosa bella nella vita: l’amore! Tenere fra le braccia la donna amata! È il non plus ultra della felicità umana.» (G. de Maupassant, Bel Ami)

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Parigi, XIX secolo. Georges Duroy, ex sottoufficiale, si ritrova catapultato nella vita civile, a passeggiare per e strade della capitale francese gremita di gente di diversa estrazione sociale. I tempi però sono difficili, la penuria di denaro si accompagna al desiderio di un’avventura amorosa e, in definitiva, nella speranza di qualcosa di meglio. Il meglio è personificato da un certo Charles Forestier, vecchio compagno d’armi del “nostro giovanotto”, come spesso lo chiama Guy de Maupassant nel corso della narrazione, e redattore del quotidiano la Vie Française.

L’incontro tra i due segna l’inizio dell’ascesa sociale di Duroy, evidenziando soprattutto il suo essere pronto a tutto, a superare qualsivoglia ostacolo, pur di raggiungere i suoi propositi. Difatti, Georges Duroy è il prototipo dell’arrampicatore sociale.

Bel Ami, questo il titolo del romanzo, è suddiviso in due parti, che segnano un prima e un dopo dell’esistenza del protagonista, che non viene mai eclissato.

Nella prima parte, Maupassant descrive le disastrose condizioni del giovane. Il lavoro nelle Ferrovie Nord non è ben remunerato, Georges stenta ad arrivare a fine mese, ma l’iniziale spirito di rassegnazione si trasmuta ben presto in un pragmatismo che lo condurrà alla conquista della bonne société.

Tutto comincia con un colloquio, tanto casuale quanto imprevisto, con il giornalista Forestier, il quale esordisce con un consiglio, che suona piuttosto come un monito:

«Vedi, ragazzo mio, qui tutto dipende dalla faccia tosta. Per un uomo niente scaltro è più facile diventare ministro che capoufficio. Bisogna sapersi imporre, non chiedere. […] Non è difficile, sai, passare per un fenomeno; basta non farsi beccare in flagrante delitto d’ignoranza. Bisogna sapersi destreggiare, schivare le difficoltà, aggirare l’ostacolo, e basta un dizionario per chiudere il becco al prossimo. Gli uomini sono tutti stupidi come oche e più ignoranti di un bue.»

Posta la base teorica, il “nostro giovanotto” s’impegna nella pratica e Forestier lo aiuta. L’assunzione al quotidiano la Vie Française – accettata col cieco entusiasmo di chi non vede l’ora di fare incetta di una grossa quantità di denaro in breve tempo, semplicemente andando alla ricerca di alcune informazioni – è il primo passo che Duroy compie per arrivare in alto.

Naturalmente la strada è in salita, c’è molto da apprendere, ma non per questo il futuro Du Roy si perde d’animo. Anzi, «aveva voglia di correre, di sognare, di camminare a caso pensando al proprio domani e respirando l’aria mite della notte […]».

Scomparsi il disagio e la timidezza iniziali, appunto sostituiti da un’incredibile “faccia tosta”, l’ormai intraprendente giornalista viene invitato ai ricevimenti dei ceti sociali più elevati, avvantaggiato altresì da una relazione clandestina con Mme Clotilde de Marelle.

Una liaison che sembra davvero coronata da un sentimento puro, candido, genuino, ma che in realtà è il mezzo che Duroy sfrutta a suo piacimento. Tali sono i suoi pensieri:

«Senza avvedersene si era rimesso a fantasticare come ogni altra sera. Stava sognando una splendida avventura d’amore che, di botto, traduceva in realtà le sue chimere. Si sposava con la figlia di un banchiere o di un gran signorone, incontrata per la strada e là per là rimasta cotta di lui.»

Difatti, quando dopo la morte dell’amico Forestier, egli si accorge di poter avere molto di più, abbandona Mme de Marelle e convola a nozze con la signora Madeleine Forestier: bella, elegante, còlta, nobile e ricca.

«Se lei pareva tergiversare, lui era decisissimo, ormai, a usar tutti i mezzi per sposarla. Confidava nella propria stella, nella forza di seduzione di cui si sentiva dotato; forza vaga e irresistibile, capace di piegare qualsiasi donna.»

Ciò non placa la sete di denaro e la voglia di ottenere sempre di più, acuita dalla consapevolezza di poter avere quel di più, dalla «coscienza d’essere diventato un altro uomo, un uomo di mondo; del gran mondo».

Nella seconda parte della storia, l’astuto e abile Georges riesce a trovare il pretesto per abbandonare anche la donna che ha sposato con rito civile, per contrarre matrimonio con la figlia di Mme Clotilde, di lui innamorata sin dalla prima volta che lo ha visto, soprannominandolo Bel Ami.

E tutto si ripete come un circolo vizioso: l’inseguimento incessante della considerazione e dei quattrini, ma anche subentrando negli intrallazzi tra giornalismo e politico, nell’universo dei malaffari, ripetendosi come un mantra che «il mondo è dei forti. Devo essere forte. Devo essere superiore, in tutto».

In sostanza, la denuncia che Guy de Maupassant fa trapelare chiaramente attraverso George Duroy, che da “signor nessuno” diventa qualcuno, si innesta sulla strumentalizzazione dei sentimenti, sulla miseria spirituale e morale degli uomini, sulla meschinità delle loro idee e la decadenza dei valori.

© Antonietta Florio

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