Matteo Bussola, L’invenzione di noi due

«Non volevo più essere il quadro completo e non soddisfacente che lei sapeva a memoria. Non volevo più essere l’uomo con cui non riusciva ad avere un figlio. Mia moglie si meritava un amore nuovo, inesplorato, che le raccontasse una storia di cui non conosceva già il tristissimo finale. Una seconda prima volta, che la riaccendesse dentro. Del resto, mi dicevo, cosa cerchiamo quando lasciamo, o quando tradiamo, se non un’opportunità di ricostruirci dalle fondamenta, la sensazione che nulla sia ancora andato storto, la possibilità di scrivere su un foglio nuovo? E perché quest’opera di riscrittura non potrebbe avvenire dall’interno del cerchio del matrimonio, invece che chiamandoci fuori?» (M. Bussola, L’invenzione di noi due)

Dolce e crudele insieme, quiete e tempesta a un tempo; bruciante, logorante, ma anche lenitivo. Tutto questo è L’invenzione di noi due di Matteo Bussola. Non servono preamboli, sarebbero chiaramente superflui, non occorrono le presentazioni dei personaggi, si rivelano e disvelano man mano che si progredisce nella lettura. L’autore immerge il lettore nel mondo di Milo e Nadia sin dall’inizio:

«Cominciai a scrivere a mia moglie dopo che aveva del tutto smesso di amarmi. […] Questa è la storia di come mi sia riuscito di tramutare l’amore in cenere e poi la cenere, di nuovo, in amore. La prima cosa fu il mio sbaglio. La seconda, la mia colpa.»

Questa è la storia di un matrimonio. Ma è anche la storia di un fallimento e di una sconfitta. È la storia della realtà che sconfigge i sogni ed è la storia delle illusioni che, trasmutandosi in convinzioni, diventano poi delusioni cocenti.

È una storia di gabbie e, come ogni altra storia che si rispetti, ha un antefatto: l’innamoramento; il fatto in sé (la parte centrale, lo sviluppo della vicenda): gli anni più belli che due persone innamorate condividono; e il fatto finale, comprendente la morale: l’amore che si trasforma in abitudine.

«[…] i luoghi in cui ci attende la meraviglia dell’ignoto, della scoperta, sembrano poco per volta esaurirsi e noi ci chiudiamo dentro, ci barrichiamo nel vizio del quotidiano, ci illudiamo di stare bene, rendiamo le nostre distanze dal resto del mondo sempre meno navigabili, fino a divenire irraggiungibili. Fino a quando, in questa progressiva resa al reale, arriviamo quasi a considerare quell’amore caldo, da cui tutto è partito, un ingrediente scontato o superfluo.»

E poi:

«Una relazione deve dare forza, la forza è garantita dalla stabilità, la miglior forma di stabilità è la prevedibilità. Quest’ultima è all’origine della monotonia.»

Un loop inestricabile e non intercambiabile. Il principio della fine.

Non è così per Milo, che dopo quindici anni di matrimonio è ancora innamorato (forse anche un po’ ossessionato) da sua moglie, la quale al contrario si allontana da lui giorno dopo giorno, ma a lui resta aggrappata per abitudine, per inerzia, perché è, in un modo o nell’altro, un porto sicuro. Un’àncora di salvezza senza la quale la barca non si limiterebbe a galleggiare in mare aperto, ma affonderebbe completamente.

Ecco allora cos’è l’amore, ecco cosa significa amare:

«Ho capito che il mio amore non vale di meno solo perché tu non ci sei più. Se dipendesse dalla tua presenza non sarebbe amore, ma nient’altro che un bisogno. Quindi ti scrivo per dirti che questa persona che sono io, quel che sono oggi, continuerà ad amarti nonostante tutto, anzi continuerà a farlo proprio perché.»

Milo è perfettamente conscio del cambiamento che ha investito Nadia. Gesti, silenzi, frasi non dette, ma che vorrebbero (e dovrebbero) essere pronunciate sono un segnale d’allarme che non può restare inascoltato. La missione è, dunque, riconquistare Nadia, “incontrarla di nuovo per la prima volta”.

Come? La fantasia è talvolta l’arma migliore di cui si è in possesso. Milo, infatti, elabora l’idea di scrivere delle lettere alla moglie, spacciandosi per un altro. Letteratura e scrittura da un lato, vita e sogni dall’altro sono perciò le due grandi categorie entro le quali il romanzo di Bussola può essere racchiuso.

Già, perché egli a partire dalla storia di Milo e Nadia affronta altri (sotto)argomenti, senza mai uscire dai binari, senza mai perdersi in digressioni inutili, ma che regalano alla narrazione – arricchita di metafore semplici (ma non banali), frasi brevi e dirette – una certa coerenza, una certa vitalità e, in alcuni passi, un dolore intenso («Era come andare in giro con un coltello piantato dietro la schiena»).

La penna dell’autore è velocissima e affilatissima, sia pure con una dolcezza inaudita; talune frasi fanno vibrare l’anima, sferzano il cuore come il vento gelido sul volto, toccano delle corde che, sia pure indefinite, lasciano un segno profondo. Si sedimentano e a fine lettura ancora si sta lì a pensare a quella cosa tanto indecifrabile verbalmente, quanto concreta nelle emozioni e nelle sensazioni.

Se Milo si rifugia nel passato, si culla in una struggente malinconia («Non riuscivo più a respirare, avevo nostalgia di tutto ciò che eravamo stati»), Nadia non va indietro e neppure avanti. Resta sospesa in un limbo, una sorta di mondo ovattato e a suo modo prezioso. Prezioso perché la sua cura – l’unica cosa che le è rimasta, come dirà lei stessa poco più avanti – è la scrittura.

E se è vero che – parafrasando Calvino – scrivere è nascondere qualcosa affinché venga scoperto, è anche vero che ciò che Nadia ha dentro resta lì, inesprimibile, ma con la voglia di essere pronunciato. Una donna, Nadia, che si ritrova a vivere due guerre – forse l’una dipendente dall’altra o forse no – ma pur sempre deleterie. Una volta di più, vita e scrittura si compenetrano.

Sia il mondo di Milo sia l’universo di Nadia non sono altro che maschere destinate a cadere. È solo questione di tempo, poi ogni cosa si rivelerà fragile e cadrà nel vuoto, andando irrimediabilmente in pezzi:

«Mi sconvolge la facilità con cui una donna e un uomo possono perdersi, resettandosi dalle rispettive esistenze. Come si sarebbe potuto evitare? Avrei potuto fare di più? I tormenti del rimpianto si somigliano sempre.»

Milo e Nadia, due esistenze convenzionali. Persone normali con una problematica non atipica: 

«il matrimonio è un racconto che a un certo punto s’interrompe perché abbiamo finito le informazioni, perché ci stanchiamo di costruire narrazioni di noi stessi per l’altro.»

In fondo, la voglia di ricostruire, di ritrovare la strada, di reinserirsi in uno spazio, in quello spazio che fino a poco tempo fa era illuminato. La voglia, cioè, di tornare ad amare. Di riaccendere la scintilla, di far brillare ancora e più intensamente di prima la fiamma dell’amore.

L’invenzione di noi due è una storia che fa male. Non importa se a leggerlo sia un uomo o una donna sposati, non importa se ad affrontare questa tempesta emotiva, sentimentale ed esistenziale sia qualcuno che in fatto di matrimonio non ha esperienza. Neppure l’età conta. Le scelte si fanno. Sempre. A qualunque età. I sogni non si scelgono, ti scelgono. E non bisogna far altro che armarsi di coraggio, di pazienza, di fiducia in se stessi.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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