Vittorino Andreoli, Homo stupidus stupidus. L’agonia di una civiltà

«Sono uno psichiatra che s’interroga, preoccupato, su un potenziale che ognuno porta dentro di sé e che, oltre a sconvolgere la vita dei singoli e dei piccoli gruppi, con il terrorismo del tempo presente mostra di saper sconvolgere l’intera civiltà a cui appartengo: l’Occidente. […] Mi piace l’uomo e la società, imperfetti entrambi, ma impegnati a migliorare, a tentare di trasformare l’esistenza in un’esperienza serena e fantastica […] Amo l’uomo e la società imperfetta che, però, crescono verso imperfezioni almeno un poco migliori. È così che si traccia la storia di una civiltà.» (V. Andreoli, Homo stupidus stupidus. L’agonia di una civiltà)

Umanesimo e civiltà sono i termini-chiave del saggio Homo stupidus stupidus. L’agonia di una civiltà di Vittorino Andreoli, il quale, in apertura e citando l’opera darwiniana L’origine delle specie viventi (1859), spiega il titolo del suo lavoro. È all’uopo considerare il termine latino, stupidus, sia per rispettare la tradizione antropologica, sia per distinguerla opportunamente dal significato che oggigiorno ha nel linguaggio comune.

Difatti, la detta parola può essere analizzata e interpretata secondo un’altra prospettiva, ovvero quella etimologica: stupidus ha la medesima radice di stupore, cioè di incredulità e sbalordimento dinanzi a un evento o sensazione inattesa, imprevista. Andreoli declina la stupiditas in tre macro-categorie, che evidenziano – per richiamare il sottotitolo – l’agonia della civiltà. Della civiltà occidentale. Esse sono: la distruttività, la scomparsa dei princìpi e l’umo senza misura.

Questa è la table des matières. Dal primo capitolo all’ultimo, l’autore non cela il timore e la preoccupazione per gli eventi che dipingono un panorama culturale e intellettuale pesantemente minacciato dalla violenza e dai soprusi. Un mondo in cui la lotta per la sopravvivenza di darwiniana memoria si è terribilmente trasformata in una vera e propria guerra che frantuma tutto ciò che chiamiamo bellezza e natura, ivi compreso l’uomo:

«La lotta segue gli scopi dei princìpi darwiniani utili e necessari a sopravvivere, la guerra esprime, invece, un teatro in cui si uccide all’interno della stessa specie.»

La prima recriminazione è contro il potere, «uno dei fattori ordinatori della società e quindi della percezione del proprio stato sociale e del proprio dover essere». Specie in Occidente – osserva minuziosamente Andreoli – tale potere si fonda sulla capacità di dominare. Vige, en bref, la legge del più forte e del leader (o califfo, o santone se si affronta il tema terrorismo) sempre più acclamato e osannato come figura di riferimento – le cui caratteristiche paranoiche ed egocentriche rimandano alla (sia pure non citata) teoria della compensazione di James Hillman.

Ma si tratta anche del sopravvento dell’irrazionale sulla ragione che porta conseguentemente alla scomparsa dell’etica, al crollo delle certezze, alla morte della scienza che ha conferito al mondo occidentale valore e grandezza. In proposito, l’autore scrive:

«Sono profondamente convinto che nell’uomo coesistano proprio due forze contrapposte, e che la vita sia il risultato raggiunto momento per momento dal superamento e dalla vittoria su un’aspirazione a morire.»

Per aggiungere poco dopo:

«Intravedo in questo conflitto continuo tra vita e morte il grande tema della lotta tra bene e male, che rappresenta la grande questione del comportamento umano nell’espressione che definiamo etica.»

Oggi tutto è sottomesso alla logica del denaro, tutto rientra nell’àmbito dell’economia e perseguire i propri obiettivi, dedicarsi “anima e corpo” al fine di veder realizzati i propri sogni diventa un iter difficoltoso, se non addirittura impossibile. Si pensi, ad esempio, al giovane protagonista de Il disprezzo, che per vivere deve rinunciare alla sua passione di diventare cinematografo. E questo a testimonianza di come e quanto il mondo di oggi non sia mutato (o se un cambiamento c’è stato non ha avuto un risvolto positivo) rispetto a quello del secolo scorso:

«Tutti gli esseri viventi compiono qualcosa, ma compierlo con passione è un’altra cosa. Diventa un’azione umana, che racchiude in sé il desiderio di mostrare il proprio senso agli altri, il proprio interesse, il proprio amore.»

È, dunque, l’ineliminabile lotta tra bene e male quella a cui oggi si assiste e quella che oggi si compie, se è vero che «che nessuno può ritenersi vittima senza essere stato, in qualche epoca, persecutore». È questa lotta che costruisce e demolisce a un tempo la civiltà, intesa come la storia dei singoli uomini attraverso varie epoche (i “corsi e ricorsi della storia” di Giambattista Vico).

Ed è ancora Vico che distingue tre età: l’epoca della barbarie, poi quella degli eroi, infine l’età della ragione, a cui – lo psichiatra aggiunge (sia pure ammettendo che al filosofo e storico napoletano non fosse sfuggita) l’età dell’amore. E qui egli può tornare sui suoi binari, sul concetto intorno al quale Homo stupidus stupidus si costruisce: l’umanesimo.

Cultura e relazioni sociali, il pensiero e i sentimenti, l’amore e non l’odio, l’unione e non la disgregazione degli uomini diventano – anzi sono – gli ingredienti perfetti e insostituibili per evitare l’«apocalisse della civiltà». Vale la pena riportare integralmente la definizione che l’autore dà dell’umanesimo:

«Considero, dunque, l’umanesimo lo spazio entro cui definire i princìpi che servono a regolare il comportamento dell’insieme sociale, allo scopo di garantire un’esistenza comune che rappresenti la condizione perché ciascuno possa, in modo adeguato, far parte di quella società. Serve cioè stabilire delle regole analoghe a quelle rispettate da un piccolo gruppo, come la famiglia o una coppia, per realizzare la gratificazione di chi vi appartiene. Devono quindi essere identificate le norme indispensabili per un gruppo molto più vasto che, portato ai limiti più estremi, diventa l’intera umanità.»

Ne consegue che l’umanesimo di Vittorino Andreoli non è una filosofia. È, piuttosto, la lettura dell’esistenza umana e le norme cui egli si riferisce non sono altro che i princìpi inalienabili dell’etica, intesi come espressione della condizione umana. È sul rispetto di questi princìpi che si costruiscono culture e civiltà, è nel rispetto di essi che si mantiene una società pacifica e coesa, magica e bella.

Tradirli significa distruggere la dimensione umana su un piano generale e offendere se stessi sul piano strettamente personale. Perciò

«Come psichiatra, mi sono sempre sentito dentro l’umanesimo, con un forte desiderio di riattivare le condizioni per le relazioni interumane e sociali. Ho sempre avvertito che, per poterlo fare, lo psichiatra doveva, prima di tutto, essere umano e diventare l’uomo che si poneva come termine di relazione, capace quindi di promuovere il piacere a cui si giunge quando l’insieme rassicura.»

In definitiva, l’umanesimo di cui parla Andreoli non concerne il singolo uomo, bensì la pulchritudo dell’umano; non l’io, bensì il noi; non il mio, bensì il nostro. La res publica è uno dei fondamenti dell’umanesimo, è il locus dove i cittadini, instaurando relazioni sociali – indispensabili sia nella costruzione delle identità che della storia, sia come emblema dell’appartenenza a una civiltà -, s’incamminano insieme verso La gioia di vivere (per citare il titolo di un altro testo dello stesso autore). Ed ecco l’esplicitazione di un auspicio che è al contempo una necessità:

«Noi abbiamo bisogno di una società del dono, non del calcolo. Dobbiamo sostituire l’economia del denaro con l’economia del bene. Dell’essere bene e, solo allora, scopriremmo la gratificazione che se ne trae promuovendolo.»

Homo stupidus stupidus è una sorta di saggio dialogato. Pagina dopo pagina si ha come l’impressione che le parole scritte siano in realtà proferite a voce, che Vittorino Andreoli parli direttamente con il lettore. E in questa conversazione – correlata da riferimenti storico-filosofici e sociali per un altalenante viaggio nel tempo e resa agevole dalla scelta di evitare uno stile ampolloso e il ricorso a termini specialistici – esprime la preoccupazione per l’agonia della civiltà occidentale. Ciò, tuttavia, non lo priva della fede nell’umano, della speranza che le cose possano cambiare direzione ed evolvere finalmente verso il meglio. Illusione o utopia?

© Antonietta Florio

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Un commento

  1. […] Si apre così Annientare, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq, conservando tracce dello stile crudo e dissacrante de Le particelle elementari e La carta del territorio, ma in cui – come vedremo – si staglia la potenza dei sentimenti. Il romanzo si apre, cioè, sullo sfondo di una divisione tra il pubblico e il privato, di un discernimento tra la vita politica e la vita sentimentale, fra il tramonto dell’Occidente – per parafrasare il titolo di un saggio di Umberto Galimberti – e il deterioramento della vita di coppia («un miglioramento delle condizioni di vita va spesso di pari passo con un deterioramento delle ragioni di coppia») e, più in generale, la degradazione dell’umano. […]

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