Ugo Amati, Fenomenologia di un quadro

«Ha capito che per Freud osare era uno scopo e un punto di partenza, per cui quell’uomo può essere inserito a buon diritto nella galleria dei combattenti per la libertà. Ha capito anche che l’obiettivo paradossale di ogni psicoterapia consiste nello sciogliere dei nodi, ben sapendo che il problema è sempre attivo per cui non è possibile liberarsene del tutto. Ha sempre fatto gli stessi errori, pur sapendo in anticipo di sbagliare. Ha capito che la Psicoanalisi serve a ottenere una libertà che ti permette un azzardo che prima non era possibile a causa degli ostacoli interiori. L’azzardo può stare anche nel non fare niente, restando immobili.» (U. Amati, Fenomenologia di un quadro)

Da una parte l’arte, dall’altra la psicoanalisi con Freud e la Comedìa di Dante. In mezzo, cioè «nella bolla c’è la vita da sola, senza l’esistenza». Al di fuori della bolla si ravvisa e si (ri)conosce la preziosità e la piacevolezza della vita, pur essendo una cosa di per sé stessa estremamente complicata e che noi – autori e spettatori di essa al contempo – contribuiamo a intricare ancor di più, anche quando non ce n’è bisogno. Freud parlerebbe di «tendenze distruttive inconsce».

«Ci sono delle correnti misteriose che trascinano tutto ciò che è limpido verso una zona vaga, oscura e indistinta. Esiste una logica del vago di cui non si vuol tener conto. Il vago non è semplicemente la negazione del chiaro, come se fosse un concetto minore che designa qualcosa di difettoso. Chi ha la mente attraversata da nuvole nere che portano scompiglio non è necessariamente confuso.»

È ciò che è accaduto all’ottantenne Giorgio, che dalla terapia intensiva passa alla terapia psicoanalitica ritrovando tutto ciò che di più bello c’è, e che spesso non si riesce a scorgere. In questo periodo di convalescenza, in cui è giocoforza riguardarsi e ritrovare il de tranquillitate animi di “senechiana” memoria, Giorgio riscopre la natura, la gioia di portare i nipoti al parco, ma è anche il momento per un’approfondita pausa di riflessione sulle figlie e sul matrimonio in particolare e sulla vita più in generale.

Il tutto grazie al sostegno dello psicoterapeuta, il rapporto con il quale potrebbe essere equiparato alla liaison di stampo pedagogico tra l’autore latino Seneca e il giovane allievo Sereno nell’opera succitata La tranquillità dell’animo, in cui il discente prega il docente di trovare un rimedio alla sua fluttuazione:

«Ti prego dunque, se hai qualche rimedio con cui fermare questa mia fluttuazione, che tu mi ritenga degno di dovere a te la mia tranquillità»

Ma, tornando al nostro Giorgio e alle sue personali meditationes, vi si scorge quasi in filigrana la plurisecolare diatriba tra spirito e materia, che porta a elevazione, una volta di più, il suddetto intimo contatto con la natura, fonte di tranquillità e di benessere psichico, un locus amoenus in cui tormenti e inquietudini si acquietano e gli spettri interiori, seppur temporaneamente, si dissolvono.

Già, perché Giorgio dopo aver quasi visto la morte in faccia, ha cominciato, in qualità di homo viator, un processo di rinascita, a meno che non stia ingannandosi, se è vero – come afferma il savio Montaigne – che quanto più forte è la potenza del credere e del desiderare, tanto più alta è la probabilità che l’evento voluto accada.

Alla rinascita del paziente Giorgio segue parallelamente la rinascita dello psicoterapeuta che – narratore in prima persona in Fenomenologia di un quadro – rileva i differenti (ma non perfettamente conciliabili e intersecanti) daìmones che abitano nell’anima dell’uno (la musica) e dell’altro (la pittura). Eppure,

«A me sembrava che quel quadro avesse qualcosa di musicale e mi chiedevo se lo stile di un pittore non fosse altro che musica. Una musica discreta trattenuta al suo interno, che spinge senza riuscire ad aprire la porta. Qualcosa di fisico più che di etero.»

Ed eccoci finalmente al quadro. Anzi, ai quadri. O, meglio ancora, a un’eterogeneità di quadri, a una diversità di stili e a una congerie di strumenti che nell’artista-psicoanalista si azzuffano come fossero su un ring e che diventano, a loro volta, suoi pazienti prediletti.

I quadri in questione, tre in tutto, raccontano una storia, sono espressione di uno stato d’animo tutt’altro che estemporaneo, denotano il percorso esistenziale e il pathos di un’anima che non si rassegna dinanzi al «Reale Impossibile».

Ma è anche la sintesi di una mistura di sentimenti, che comincia con l’inaugurazione di una nuova temporalità, concepita come superamento e distruzione a un tempo (“Agonia”), quale risultato di uno stato di angoscia, prosegue con uno stato luttuoso (“Osso di seppia”) per terminare poi in una rinascita “eudaimonica”, gioiosa (“Ri-creazione”).

Trattasi, in sintesi, di una conversione alla vita, di una ferma decisione alla sopravvivenza, di un passaggio dalle bolge dell’Inferno dantesco al Paradiso. Tale è il significato intrinseco alla rinascita in questione, è l’impossibile che diventa possibile in un viatico che impegna sia Giorgio sia l’Autore.

Il tutto può essere ulteriormente sintetizzato in questi termini: l’hobby o la passione dello psicoterapeuta è la trasposizione artistica dell’esperienza quotidiana dei suoi pazienti – nel caso specifico di Giorgio, il cui unico dovere (costrittivo sì, ma forse anche morale), «consiste nel nascondere la propria tristezza e saper infondere fiducia e coraggio a due nipoti pieni di vita».

In Fenomenologia di un quadro, Ugo Amati parte da un quesito implicito contenuto nel titolo: come nasce un quadro? Le tre tele da lui realizzate, di cui egli parla cercando di sondare prima e svelarne poi la ragione d’essere – che tuttavia resta un mistero e che mette in rapporto con le sedute psicanalitiche di Giorgio, paziente immaginario, ma probabilmente alter-ego dell’autore – confluiscono nella teoria della personalità di freudiana memoria.

Difatti, il primo quadro “Agonia” potrebbe essere equiparato all’Es – fonte degli impulsi irrazionali e del piacere, dedito a soddisfare ogni desiderio -; scompigliando l’ordine cronologico delle composizioni, l’ultimo quadro Ri-creazione, rappresenta il Super-Io, tentativo di trovare la perfezione e, dunque, incapace di fare compromessi con la realtà.

Fra i due, c’è “Osso di seppia”, ovvero l’Io, che mitiga le volontà dell’Es e del Super-Io, è il Pentagramma Patico citato dall’Autore, le cui note grammaticali che lo compongono sono: volere, potere, osare, dovere morale e dovere costrittivo.

Con questi verbi, che non sono soltanto grammaticalmente infiniti verbali, ognuno di noi fa esperienza, diventano una sorta di cella in cui vengono ingabbiati istinti e pulsioni. È il confronto con la realtà nella quale viviamo e dalla quale ci estraniamo.

Ma di essa talvolta ne siamo anche vittime, specie allorquando non si riesce a raggiungere l’oggetto bramato, a tagliare il tanto agognato traguardo, che dà origine alla Sehnsucht di estrazione romantica, che sfocia o nella malinconia o nella nostalgia, che nell’accezione heideggeriana «è il dolore della vicinanza del lontano» e che Lacan definisce manque à être.

E i lettori? I lettori vivono questa Entfremdung (straniamento), che si mescola con l’Unheimlich della psicologia freudiana, fluttuano anch’essi in questa singolare esperienza di lettura, così calata nella realtà, ma nel contempo da essa avulsa o, per restare in tema, rinchiusa in una bolla in cui l’esistenza è di fatto una non-esistenza, ma la cui “presenza si avverte anche quando non c’è”.

© Antonietta Florio

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