Giovanni Burgio, Luci

«Guardando quello che resta dell’abitacolo dell’auto, si ha l’impressione che i due corpi stiano abbracciando le lamiere. Un estremo gesto d’amore che, nella sua tragica follia, ricorda la vita, e aggiunge speranza alla disperazione degli spettatori.» (G. Burgio, Luci)

Luci di Giovanni Burgio è una storia d’amore ambientata nella realtà, ma che esula nel sovrannaturale. Protagonista è Gauto, un ragazzo sopravvissuto a un gravissimo sinistro stradale, nel quale però la sua fidanzata ha perso la vita. Trasportato d’urgenza in ospedale, i genitori non se la sentono di rivelargli la verità su Elena, credendo che i medici, ivi compresi psicologi, siano più adatti per svolgere la triste missione. L’omissione si rivela però inutile.

Il ragazzo, infatti, è consapevole dell’accaduto, ma sa anche che Elena non l’ha completamente abbandonato. Non può vederla fisicamente, non può toccarla, ma sa che lei c’è. Dappertutto. Il loro amore è così forte che neppure la morte può separarli. Continuano a restare in contatto, creando un ponte tra le dimensioni terrena (Gauto) e celeste (Elena): «Starò sempre con te, Gauto».

Questo ponte è rappresentato dalle luci che illuminano ogni cosa, soprattutto ciò che pare privo di significati apparenti:

«Verrò da te spesso. E ogni volta che arriverò, vedrai le luci. […] Potrà capitare in qualunque momento […]. All’inizio sarà un po’ strano, ti sembrerà di essere al buio durante un temporale. Voglio dire che ti sembreranno dei lampi. Poi ti ci abituerai e le saprai riconoscere. E capirai che non sono luci come le altre. Sono le mie luci.»

Per Gauto comincia, da questo momento, una nuova vita. Diversa da quella vissuta fino a poco tempo fa, ma pur sempre all’insegna della sorpresa e dell’imprevisto, due ingredienti non sempre piacevoli e che non sempre determinano sensazioni di benessere. Tutt’altro. Il ragazzo obbedisce a un unico imperativo: cercare e trovare Elena in qualunque forma o essenza si trovi.

Il comparire delle luci, e dunque il materializzarsi di Elena, non ha altro scopo che quello di tenerli uniti, ancora. Di farli incontrare, ancora una volta. Perché l’uno ha bisogno dell’altra. E così Gauto va avanti, ma non senza dolore («Il mio lavoro ora è soffrire»), non senza ripensare costantemente al passato, non senza timore e non senza i reiterati rimbrotti (a fin di bene) dei genitori:

«Ma tu hai bisogno di frequentare gente normale. Non pensi che il tuo cervello si debba prendere un po’ di ferie?»

Sì, perché ad un certo punto egli comincia ad avere paura. Ama Elena e sa che continuerà ad amarla per sempre, ma ogniqualvolta prova a dimenticarla per vivere appieno, ecco che le luci compaiono con tutto il malessere – soprattutto fisico – che portano con sé. È Elena che continua a far male, incatenandolo al suo ricordo.

E lo fa soprattutto quando Gauto intraprende la frequentazione con Caterina, perché «Ho bisogno di agganciarmi alla vita a piccole dosi», «di avere il coraggio di affrontare la vita di tutti i giorni», ma anche perché ha capito (o sembra di aver capito!) che «La vita continua e non è il caso di cercare di anestetizzarla».

La luce-Elena, però, non solo è gelosa e ossessiva, ma è anche, in certo senso, vendicativa, isolando Gauto dal resto del mondo. Il cerchio comincia a chiudersi quando Gauto si rivolge a una medium, che gli dà un indirizzo. Lì troverà Elena.

Dopo numerosi tentennamenti, dopo aver appurato che a Elena non può sfuggire in alcun modo (le luci sono sempre in agguato), dopo aver compreso che Elena sarà anche nel suo futuro, il ragazzo la troverà davvero. Con altre sembianze e altri colori, con un altro volto e con altre parole che tuttavia vengono cancellate una volta di più dalle luci riflesse… sul cuore.

E sarà proprio la lucentezza che in quel momento balugina in un punto ben preciso di quella stanza misconosciuta a sancire l’unione tra reale e sovrannaturale, il ricongiungimento tra il vero e il magico, a suggellare la potenza del sentimento d’amore.

© Antonietta Florio

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