Marco Aurelio, L’arte di conoscere sé stessi. Pensieri

«Bisogna costruirsi la propria vita azione per azione, e accontentarsi che ogni singolo risultato sia conforme alle proprie possibilità: nessuno può impedirci di raggiungerlo. E se sorgesse qualche ostacolo esterno non sarà mai tale da impedirci di agire con giustizia, moderazione e razionalità.» (M. Aurelio, L’arte di conoscere sé stessi. Pensieri)

C’è qualcuno più pessimista del pessimista Giacomo Leopardi? Ebbene, sì. E chi è costui? È l’imperatore Marco Aurelio, che regnò nel periodo in cui l’Impero romano raggiunse la sua massima espansione, anche se il consolidamento dei confini e l’affermarsi delle provincie ha cominciato a disseminare i germi del disgregamento.

Eppure Marco Aurelio è stato brillante e lungimirante sia nell’ars politica sia nella stesura di opere filosofiche, contenutisticamente profonde e sagge, che senza ricercatezze formali e inutili orpelli semantici arriva direttamente al cuore della questione e sprona, incoraggia, lenisce l’animo di quanti si sentono sopraffatti, oltre a realizzare l’ideale platonico di un regno di filosofi.

L’arte di conoscere sé stessi. Pensieri è suddiviso in dodici libri, la cui costruzione non è affatto quella del trattato o di un saggio nel senso stretto del termine. I pensieri che egli mette su carta hanno una caratteristica aforismatica, quantunque dell’aforisma non ne seguono, né rispettano la brevitas.

Eppure, ben lungi dal consolare, essendo fondamentalmente pars destruens, ricaricano e danno forza, oscillando tra il pessimismo del cuore e l’ottimismo della ragione. Insomma, la pars construens è ctonia rispetto alla pars destruens; esse coabitano, sia pure su piani diversi e, come afferma Renan,

«[questa] lettura lascia nell’anima un vuoto a volte delizioso e crudele, che nessuno scambierebbe con la piena soddisfazione.»

L’idea centrale è la precarietà e la brevità della vita che, tuttavia, deve svolgersi sotto l’egida della cosiddetta Aequinimitas, una parola che sintetizza i tre concetti fondamentali a cui Marco Aurelio modellerà il suo atteggiamento sia pubblico che privato: equità, benevolenza, serenità:

«[…] in ogni momento della tua vita cerca di compiere con genuina e scrupolosa serietà, con amore, con giustizia e con spirito d’indipendenza, tutto ciò che stai facendo, mettendo da parte tutte le altre preoccupazioni.»

L’analogia con il recanatese è destinata a svanire, allorquando si arriva al cuore del pensiero dell’imperatore. Egli, infatti, non crede che le cose vengano dal nulla e ad esso, annientandosi, fanno ritorno, ma sostiene anzitutto che l’universo sia retto da un Ente supremo, sia governato dalla legge della necessità e che in esso tutto sia soggetto a trasformazione, fermo restando l’armonia e l’equilibrio di tutte le cose.

Pertanto non bisogna meravigliarsi di nulla, in quanto «il mondo è quello che è, perché così deve essere», volerlo diverso è come un disegno sulla sabbia che l’acqua del mare presto cancellerà. Infatti, «tutto ciò che accade, accade giustamente»:

«Nulla può accadere all’uomo che non attenga alla sua condizione di uomo, così come nulla può capitare al bue, alla vite o alla pietra che non sia proprio della loro natura. Dunque, se ci accade ciò che per noi è solito e naturale perché dovremmo arrabbiarci? La natura universale non può arrecarci nulla di insopportabile.»

Un altro pensiero che emerge da queste righe, in stretta correlazione con quanto detto più su, è che tutti gli esseri sono legati tra loro e questi sono in relazione con le cose del mondo, ragion per cui ogni accadimento, bello o brutto, lieto o funesto, s’inscrive nella totalità cosmica, se è vero che l’uomo è primariamente cittadino dell’universo (mélos). Lo stesso Marco Aurelio dice: «Come Antonino ho per mia patria Roma, ma come uomo ho il mondo».

Non nichilismo, dunque, bensì stoicismo; anche se, l’accettazione del suo proprio destino e il caos pullulante nel suo mondo interiore, non ha eliminato il dissidio tra l’essere e il voler e il voler essere, fra i princìpi filosofici a cui diceva di attenersi e gli impulsi naturali che sfuggono al raziocinio.

Stimolanti ed efficaci sono i pensieri riguardanti il principio direttivo (o dèmone interiore, o eghemonikòn), stabile e immutabile, che insieme al corpo e al soffio vitale (pnèuma), che per converso è sempre mutabile, costituisce una delle tre parti della natura umana.

Il mònito aureliano è di agire secondo la propria natura e il proprio volere per mantenere integro e puro il dèmone interiore, di ricordarsi di vivere appieno il presente, di non mollare, di insistere e persistere nel raggiungere il proprio obiettivo e realizzare i sogni, avere fede in sé stessi e, in una parola, amarsi:

«Il tuo male non può risiedere nel principio guida di un altro, e neppure in qualche mutamento o alterazione di ciò che ti circonda. Dov’è, allora? In quella parte della tua mente che formula giudizi su cosa sia il male.»

La disarmonia che può insorgere lungo il tragitto, il disequilibrio che può nuocere alla salute psicofisica hanno però un medicamento portentoso. Si chiama: filosofia. E la felicità, che crediamo essere utopia, per Marco Aurelio è tutt’altro che una mèta irraggiungibile:

«Puoi sempre vivere felice, poiché sta in te procedere lungo la retta via e agire in conformità.»

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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