Irène Némirovsky, Tempesta in giugno

«Non era esattamente inquietudine ma una strana tristezza che non aveva più niente di umano, perché non portava con sé né coraggio né speranza. È così che gli animali aspettano la morte. Ed è così che il pesce preso nelle maglie della rete vede passare e ripassare su di sé l’ombra del pescatore.» (I. Némirovsky, Tempesta in giugno)

Tempesta in giugno di Irène Némirovsky si apre poco prima dell’arrivo delle milizie tedesche a Parigi e con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Francia il 10 giugno 1940.

Molti sono i personaggi ordinari in circostanze straordinarie che l’Autrice fa vivere in queste pagine, tanti e diversi sono i sentimenti che attribuisce loro, mettendo l’accento sulla loro vita individuale, in modo particolare su quella dei giovani che, disillusi e ingannati nelle aspettative professionali, si dibattono e combattono per avere successo nel privato.

Su tutto, però, regna il caos e la paura della morte, l’essere segnati dalla medesima “fatal sorte”, ragion per cui l’estrazione sociale passa in secondo piano, il materialismo diventa una cornice insignificante, anche se vi è pur sempre qualcuno che resta attaccato alle cose materiali:

«Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere fra le braccia un essere vivente, una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva pure sprofondare tra le fiamme.»

C’è la famiglia Péricand che “fa tutt’uno con il denaro”; ci sono i Michaud che, economicamente non se la passano male (almeno fino a quando entrambi hanno uno stipendio), ma che ai soldi antepongono l’affetto, l’amore che li unisce anche dopo tanti anni di matrimonio e insieme affrontano la paura bellica, acuita dalle inquietudini sempre crescenti per il figlio, del quale non hanno notizia:

«La vita era dura, ma non erano infelici; si amavano ancora. […] Angosciati com’erano, il solo conforto possibile era quello della loro reciproca presenza.»

Fra i due c’è Hubert, il secondogenito dei Péricand, in preda a disperazione e sgomento e pronto ad arruolarsi per difendere la Patria. Completamente all’opposto è l’intellettuale Gabriel Corte, che si preoccupa unicamente della sua attività ben remunerata (obliando il suo passato militare) e che fa leva sulla sua celebrità nell’elemosinare il pranzo e un posto per dormire:

«Odiava la guerra, che minacciava ben più della sua vita o del suo benessere: distruggeva in ogni istante l’universo della creazione romanzesca, l’unico in cui si sentisse felice.»

Ma tutti, in un modo o nell’altro, si muovono increduli, essendo il loro IO scisso in due parti del tutto inconciliabili, sotto l’imperio della contraddittorietà e della follia: l’uno che agisce in superficie, che tenta disperatamente di sottrarsi alla drammaticità della circostanza rifugiandosi nel mondo puro e irrimediabilmente irrecuperabile del passato; l’altro che, per converso, dimora in un’area ben più profonda ed è terribilmente conscio del presente e della precarietà dell’avvenire.

Nonostante ciò, nonostante i bombardamenti, nonostante le preoccupazioni per i parenti lontani, nonostante tutte le brutture, Irène Némirovsky lascia spazio ai sentimenti del cuore.

Se nel macrocosmo la Storia assoggetta tutti in egual modo e non risparmia nessuno, nel microcosmo individuale, i personaggi sono ancora capaci di emozionarsi, di innamorarsi, di intrecciare le mani e affrontare uniti tutte le avversità:

«Tutto accresce, tutto arricchisce un paese vivo. L’importante è che sia vivo. E poi, la guerra è una cosa, la vita un’altra […] tutto ciò non impedirà di continuare a vivere, ad amare, a lavorare, a essere felici.»

A lenire la tragedia, a stemperare una situazione greve e in perenne mutamento (non in meglio) è l’onnipresenza della natura, con la neve che imbianca le campagne, dove si risveglia l’istinto vitale, e il chiarore della luna che se un momento rischiara la coscienza, inducendo a sperare, l’attimo dopo restituisce uno schiaffo in pieno volto, a testimoniare, una volta di più, quanto acrimoniosa sia la realtà («Il mondo esterno, incoerente e ripugnante, aveva i colori dell’inferno»).

Perciò, non importa se sono ricchi oppure no, buoni oppure no, coraggiosi oppure no, su tutti incombe il medesimo pericolo, tutti «sono nella mani di Dio» e vanno incontro alla prigionia o alla morte.

Ciò vale anche per Charlie Langelet, un personaggio esemplare, attaccato a oggetti fragili e insostituibili, e il cui destino sarà poco (o per nulla) clemente e altrettanto esemplare.

A questi fa da contraltare il vecchio Péricand che, poco prima di morire, fa inserire un’ultima clausola nel testamento – una generosissima donazione, per l’appunto – auspicando che l’incubo delle armi lasci ben presto (e magari per sempre) il posto all’arcobaleno della pace.

© Antonietta Florio

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