Cesare Pavese, La casa in collina

«Devo dire – cominciando questa storia di una lunga illusione – che la colpa di quel che mi accadde non va data alla guerra. Anzi la guerra, ne sono certo, potrebbe ancora salvarmi. Quando venne la guerra, io da un pezzo vivevo nella villa lassù dove affittavo quelle stanze, ma se non fosse che il lavoro mi tratteneva a Torino, sarei già allora tornato nella casa dei miei vecchi, tra queste altre colline. La guerra mi tolse soltanto l’estremo scrupolo di starmene solo, di mangiarmi da solo gli anni e il cuore, e un bel giorno mi accorsi che Belbo, il grosso cane, era l’ultimo confidente sincero che mi restava. Con la guerra divenne legittimo chiudersi in sé, vivere alla giornata, non rimpiangere più le occasioni perdute.» (C. Pavese, La casa in collina)

La casa in collina di Cesare Pavese è un romanzo dalle tinte autobiografiche, narrato in prima persona. Il protagonista Corrado è un professore che cerca rifugio dalla guerra tra fascisti e partigiani sulle colline piemontesi, nel momento stesso in cui altri giovani e meno giovani rischiano la vita. Sin da queste primissime righe se ne scorge la dichiarazione d’intenti: il dualismo tra l’intellettualismo e l’ideologia storica. Onde ne deriva, da parte di Corrado, un’astensione dai cruenti scontri bellici, in quanto al mondo non esiste nulla che possa giustificare una violenza inaudita, tale da porre gli uomini gli uni contro gli altri.

In tale prospettiva la collina “è un aspetto delle cose, rappresenta un modus vivendi, emblema della contemplatio e della riflessione di fronte all’incapacità di agire”. Corrado ama la solitudine («Tutti un bel giorno siamo soli, non è poi così brutto») e, mentre i guerriglieri assediano le città, distruggendole, il professore – avvertendo il peso del tempo che passa – si abbandona ai ricordi dell’infanzia, i quali si acuiscono quando incontra Cate, la donna con la quale ha avuto un trascorso sentimentale. All’antitesi infanzia-gioventù si accompagnano due altre contrapposizioni: l’una costituita dall’ambientazione città/campagna, l’altra edificantesi sulla triade ieri-oggi-domani. L’incontro con Cate è un ritorno al passato, laddove però ciò che per Corrado ha una rilevanza incredibile non è tanto il fattore emotivo, quanto piuttosto temporale:

«Mi pareva di avere riaperto una stanza, un armadio dimenticati, e d’averci trovata dentro la vita di un altro, una vita futile, piena di rischi. Era questo che avevo scordato. […] il giovane che viveva quei giorni, il giovane temerario che sfuggiva alle cose credendo che dovessero ancora accadere, ch’era già uomo e si guardava sempre intorno se la vita giungesse davvero, questo giovane mi sbalordiva.»

Quanto all’oggi, al presente, ha il sapore bizzarro delle cose che non accadono, ma che continuano ad accadere, uno stato di attesa perenne e snervante di qualcosa «che non veniva mai»: c’è in corso la guerra e ciò crea un maggior divario, un discrimine irriducibile tra la vita reale e i desideri destinati a rimanere tali, accompagnato dalla pillola amara di una fatalistica rassegnazione:

«Tutti avevamo un’incoscienza in questa guerra, per tutti noi questi casi paurosi si erano fatti banali, quotidiani, spiacevoli. Chi poi li prendeva sul serio e diceva – È la guerra –, costui era peggio, era un illuso o un minorato.»

Ma ciò che è di gran lunga peggiore è l’indecisione del protagonista. Difatti, non si tratta unicamente del tentennamento ideologico, non si tratta solo di decidersi da che parte stare e chi appoggiare, è un’indeterminatezza che coinvolge la sfera personale e s’innesta sull’interrogativo se Dino sia suo figlio. Fra questi due estremi una sola consapevolezza: «la vita ha valore se si vive per qualcosa o per qualcuno» e se è vero che il nostro essere al mondo è pura casualità, non è meno vero che per diventare qualcuno si ha bisogno di una buona dose di coraggio e di fortuna.

Illuminanti e dense di significato sono le riflessioni che Corrado ha sulla guerra, sul corso della Storia e sulla violenza, un profondo esame di coscienza che si estende e abbraccia la condizione umana in generale, laddove la sofferenza e l’impotenza sono inestricabilmente connesse, laddove la prima è una diretta conseguenza della seconda e rende vano qualsivoglia tentativo di condurre un’esistenza tranquilla:

«Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra – né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.»

Ma se l’uomo “può essere meglio di quel che si crede”, i cadaveri sulla strada divengono il simbolo della colpa e della vergogna:

«Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».

© Antonietta Florio

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