Nico Carlucci, Le stanze dell’antropologia

«[…] è possibile riconoscere che l’Antropologia culturale è americana. Essa in Europa si è frammentata in diverse denominazioni: antropologia sociale, storica, medica, antropologia della complessità, della contemporaneità, delle religioni, ecc. Mancando dunque la sistematicità e il rigore che una scienza necessariamente richiede, si assiste al dissolversi della stessa in una proliferazione di cattedre universitarie.» (N. Carlucci, Le stanze dell’antropologia)

Ne Le stanze dell’antropologia, Nico Carlucci segue l’evoluzione dell’Antropologia culturale, la molteplicità delle correnti di pensiero che l’hanno alimentata nel corso degli anni e che ne hanno purtroppo, in un certo senso, decretato la fine, a vantaggio della «pseudo-Antropologia di vecchio stile, quella che studia i proverbi e le usanze popolari come reperti archeologici di un passato ormai remoto».

Dalla nascita dell’antropologia, al concetto di cultura dello scienziato Edward Tylor, all’antropologo Bronislaw Malinowski, che studiando usi e costumi dei nativi delle isole delle Trobiand rendiconta, tra le altre cose, l’impossibilità di tradurre la loro lingua in inglese, Carlucci si chiede:

«“Il mondo dove va?”. […] L’Occidente, la nostra cultura scompariranno? Cosa resterà? Resteranno le scoperte dell’Antropologia, la ricchezza di sapere che ha dato alla biologia, alla psichiatria, alla storia. La speranza si riverbera e continua a bussare con la ricerca e la scienza le cui porte rimangono disperatamente aperte.»

Se è vero che il cinema è un’arte totale, non è meno vero che anche l’antropologia sconfina in altri settori. Prova ne sia la cosiddetta antropologia evoluzionistica della fine dell’Ottocento, periodo in cui Nietzsche si forma e per il quale, il popolo «raggiunge la forma dell’esistenza come educazione e cultura», per mezzo della filosofia, dell’arte e della scienza.

In tal modo egli non solo intuisce, ma costruisce un modello globale. Il filosofo, nei Frammenti postumi, afferma in proposito che:

«Non esiste una filosofia appartata, separata dalla scienza […]. Tale filosofia anche se non può mostrarsi valida come costruzione scientifica, sussiste sempre come opera d’arte.»

L’opera d’arte, talora velocizzata e talora raffrenata dalla fantasia, rappresenta la totalità, punto di partenza e di arrivo del pellegrinaggio dell’uomo, che insegue e persegue un unico obiettivo: “la vita buona”. Ciò vuol dire scegliere e saper scegliere per la realizzazione del nostro essere; significa altresì svolgere il duplice ruolo di osservatore-osservato che partecipa alla realtà del fenomeno (l’epochè husserliano).

Tanto Franz Boas, quanto Margareth Mead – figure di spicco nel panorama antropologico-culturale americano – convergono su questo punto: l’osservazione di una cultura determinata per studiarne delle altre. All’opinione di Boas, secondo la quale l’individuo non sceglie il modello in cui nasce, la Mead, cerca «di toccare con mano l’omogeneità a cui mira ogni modello culturale».

Le loro lectiones, cui si aggiungono anche quelle di Ida Magli – alla quale Nico Carlucci dedica un capitolo importante, che evidenzia anche il ruolo delle donne nella società contemporanea e una periclitante situazione di cancel culture, denotano un fattore ormai agli occhi di tutti: la trasformazione dell’Occidente.

In un contesto siffatto, dove “l’unica certezza è l’incertezza e l’unica costante è il cambiamento” (per citare il sociologo Zygmunt Bauman), si riscopre l’importanza di rilettura dei classici, di risalire in certo senso alle origini della nostra storia e comprendere (o perlomeno effettuare un tentativo di comprensione) di come e quanto la situazione sia radicalmente mutata tra vizi capitali e nuovi vizi.

E allora dove sta andando il mondo? Umberto Galimberti ha ragione, dunque, quando dice che al giorno d’oggi “per esserci bisogna apparire”? Ha ragione quando asserisce che la vita odierna è pericolosamente e drammaticamente votata alla dissoluzione, all’annichilimento?  

© Antonietta Florio

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