Corrado Gnerre, Le radici dell’utopia

«D’altronde tutta la filosofia moderna si è incentrata sul sogno della divinizzazione dell’uomo, che è indubbiamente un’istanza utopica (quale più di questa?). Ma anche la filosofia contemporanea, che si è costruita prevalentemente sul fallimento di questo sogno, non ha abbandonato questa istanza. Il concepire le scelte umane come esito della storia (storicismo), di fattori economici (marxismo), del linguaggio (filosofia analitica), dell’interpretazione (ermeneutica) […] evidenzia la convinzione secondo cui la speranza della realizzazione di un mondo migliore non sia data dalle scelte imponderabili e imprevedibili dell’uomo, bensì da fattori esterni all’uomo stesso sui cui bisognerebbe esclusivamente lavorare e che bisognerebbe trasformare per realizzare quella perfezione che si ritiene possibile.» (C. Gnerre, Le radici dell’utopia)

Le radici dell’utopia di Corrado Gnerre è un excursus storico-filosofico e religioso nell’idea di utopia, che affonda le radici nella modernità, «cioè in quell’idea che si fonda sulla pretesa di rendere l’uomo fondamento di tutto». O, più precisamente, sull’illusione dell’uomo di poter comprendere (nel senso letterale di “prendere dentro”) la totalità della realtà nel suo pensiero, di poter «realizzare il paradiso sulla terra concentrandosi sul cambiamento della cultura e della società». Insomma, nell’idea sorretta dalla convinzione di «ri-scrivere a proprio piacimento il reale per poter realizzare il sogno di diventare come Dio».

In tal senso, l’utopia è una categoria culturale, di giudizio nei confronti del reale. A partire dall’etimo greco ou (non) e topos (luogo), e dunque “non-luogo”, “luogo che non esiste”, l’autore ripercorre la storia dell’utopia nel duplice senso linguistico e storico. Egli attraversa varie epoche, dall’età precolombiana a quella cristiana, dalla Grecia antica alla contemporaneità, soffermandosi altresì sul periodo della Riforma luterana e della Rivoluzione inglese.

L’idea di utopia è sì antica quanto l’uomo, ma il termine viene introdotto solo nel XVI secolo da Tommaso Moro nell’opera De optimo reipublicae statu, deque nova insula Utopia. Essa (l’utopia) si pone nella dimensione dell’ideale, di ciò che cioè potrebbe (difficilmente) realizzarsi, ma al contempo e paradossalmente, vive nella e della consapevolezza dell’impossibilità.

Questo elemento dell’impossibilità da necessario che è al principio diventa funzionale ad un suo superamento. Difatti, l’idea di utopia non è il tentativo di correggere il reale, bensì di andare oltre esso, di travalicare i limiti ed eliminare ogni naturale imperfezione. Un atteggiamento, questo, che inerisce all’insopportabilità dell’uomo di accettare la “datità” della realtà:

«Dunque, ciò che dà fastidio è il dato dell’essere, cioè ciò che è posto e quindi ciò che limita. Infatti, se l’essere è posto ed è qualcosa con cui dover esistenzialmente fare i conti, l’uomo ne esce limitato.»

Pertanto, l’interrelazione utopia-impossibilità trova conferma nel fatto che

«All’utopista serve l’impossibilità, non perché questa significhi necessariamente irrealizzabilità del suo progetto, quanto perché il suo superamento vuol dire scagliarsi contro la realtà e le sue leggi naturali.»

I motivi per i quali l’idea di utopia si serve dell’impossibilità sono sintetizzati da Gnerre in due punti. Innanzitutto, perché è implicito nel concetto stesso di utopia la difficoltà di realizzazione e la probabilità altissima di un fallimento. La seconda ragione è di natura prettamente filosofica: essendo fuori del possibile, l’idea di utopia mira alla distruzione del reale per ricostruirne, su quelle ceneri, uno nuovo.

È, dunque, il frutto di un delirio dell’immaginazione e, in quanto tale, porta seco e in sé lo stigma della rivoluzione. Dato che l’utopista soffre di una patologia dello spirito, ritenendo che l’immaginazione sia la realtà vera, Schelling coniuga opportunamente il termine di pneumopatologia (malattia spirituale, appunto):

«L’utopista, nel suo stesso ricorrere all’utopia, sa di entrare in una prospettiva in cui l’elemento immaginifico è assolutamente necessario. Sa cioè che il suo progetto, così come la sua azione conseguente, deve porsi al livello di superamento del reale.»

Sarà con approccio filosofico – la filosofia naturale e cristiana – che l’autore tenterà di spiegare e far comprendere se tale idea di utopia sia innocua o se sia «strutturalmente antiumana», pervenendo alla conclusione di un’inconciliabilità irrisolvibile tra la suddetta idea e la speranza cristiana. L’esito di siffatta indagine è corroborata dall’enciclica Spe salvi del papa emerito Benedetto XVI, della quale Gnerre ne riporta alcuni contenuti essenziali ai fini della sua dissertazione.

Per l’essere umano, la presa di coscienza dei propri limiti e delle proprie imperfezioni è all’origine di un’operazione di correzione e renovatio del reale, malgrado l’impossibilità di raggiungere completamente la perfezione. L’uomo moderno, bramoso di signoreggiare la natura e irretito nell’evoluzione tecno-scientifica sempre più rapida, ha perso la capacità di stupirsi – laddove

«lo stupore è il segno dell’ammirazione, del riempirsi lo sguardo di ciò che irrompe nel proprio cuore. è il segno realistico per eccellenza»,

Pertanto, egli non è in grado di cogliere la Verità e, anzi, va via via convincendosi della sua inesistenza. Ecco perché l’uomo moderno è un utopista:

«L’idea di utopia è contrassegnata dall’assenza dello stupore. In essa tutto è ricondotto alla pretesa che si possa realizzare la perfezione nella dimensione del qui e ora. Ora, una pretesa di tal genere è l’esito di un’attestazione, secondo cui nelle proprie capacità umane sarebbe possibile realizzare uno stato perfetto. Dunque, l’uomo avrebbe già in sé tutto, avrebbe potenzialmente in sé quella perfezione che poi dovrà essere in atto

Una tale situazione giunge alle estreme conseguenze in epoca postmoderna, la cui essenza è il cupio dissolvi (il desiderio di dissoluzione). O, più semplicemente, il nichilismo, dapprima considerato in senso antimetafisico, ovvero come negazione dell’essere (o, in senso heideggeriano, l’oblio dell’essere), e poi come antirealismo, vale a dire come «rifiuto della possibilità di conoscere la verità dell’essere».

Tutto ciò comporta uno svuotamento dell’animo. Il trionfo del vuoto e la morte nietzschiana di Dio, ossia la distruzione di ogni valore, implica conseguentemente la morte della felicità e l’uccisione dell’essere:

«Valore è ciò che “vale”, che è il contrario di ciò che “non vale”; ma per stabilire la differenza tra ciò che vale e ciò che non vale, tra ciò che esiste e ciò che non esiste, tra ciò che è vero e che è falso occorre che ci sia l’essere e che abbia un suo valore riconosciuto e non “svuotato”.»

Due sono gli antidoti a questo intorpidimento che paralizza nell’«eterno presente» ed è veicolo di diffusione della tristezza. Il primo è la speranza (cristiana): «Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova». Il secondo è la capacità di accettare e convivere con il dolore, come si legge in un passaggio dell’enciclica Spe salvi di Ratzinger, posta a corredo del volume di Corrado Gnerre:

«Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare un senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore.»

© Antonietta Florio

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