Italo Calvino, Lezioni americane

«Il millennio che sta per chiudersi ha visto nascere ed espandersi le lingue moderne dell’Occidente e le letterature che di queste lingue hanno esplorato le possibilità espressive e cognitive e immaginative. È stato anche il millennio del libro, in quanto ha visto l’oggetto-libro prendere la forma che ci è familiare. Forse il segno che il millennio sta per chiudersi è la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte della letteratura e del libro nell’era tecnologica cosiddetta postindustriale. […] La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici.» (I. Calvino, Lezioni americane)

In occasione di un ciclo di sei conferenze, le Charles Eliot Norton Poetry Lectures, all’Harvard University, Italo Calvino consegna ai suoi contemporanei e, forse ancor di più, al pubblico di oggi, che si affida sempre più all’informazione digitale e multimediale (l’era tecnologica postindustriale), l’importanza della preservazione dei valori letterari, della specificità della letteratura.

Se il titolo inglese definitivo era Six memos for the next millennium, i dubbi sulla resa in italiano hanno spinto Esther Calvino a trasmutarlo in Lezioni americane (pubblicato postumo da Garzanti), prendendo spunto dalle frequenti visite di Pietro Citati, il quale chiedeva primariamente: “Come vanno le lezioni americane?”. Dopo questo brevissimo prolegomeno, vediamo le proposte calviniane.

Innanzitutto, il periodo delle conferenze è il 1985, «quindici anni appena ci separano dall’inizio del nuovo millennio». Ma se anno nuovo sta a vita nuova, in tale contesto il millennio nuovo sta nella conservazione della qualità e dei valori della letteratura. Ma quali sono questi valori? Calvino ne elenca cinque: la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità e la molteplicità.

Ognuna di queste caratteristiche valoriali che – dal mio punto di vista strettamente personale fa di Lezioni americane un discorso apologetico della e sulla pratica letteraria – è avallata dallo stesso autore richiamandosi ad alcuni numi tutelari della letteratura italiana, inglese, francese e transatlantica, spingendosi altresì a un encomio della poesia, della filosofia e della scienza:

«Tra i valori che vorrei fossero tramandati al prossimo millennio c’è soprattutto questo: d’una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e dell’esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia […].»

L’antitesi leggerezza-peso non deve essere letta e interpretata in termini pregevoli nel caso della prima e di difetto del secondo, in quanto l’una non esclude l’altro, dal momento che taluni libri e volumi hanno come sostrato proprio la pesantezza e l’opacità del mondo.

«In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.»

Si tratta piuttosto e in certo senso di bilanciare le due suddette misure. E ciò accade in letteratura, poiché essa apre nuove strade esplorative, si addentra nel mondo dei sogni che, polverizzando il reale, dissolve qualsivoglia pesantezza, anche se – è opportuno ammetterlo – talvolta non esita a mostrare un’immagine impregnata di una materia densa e pesante. Onde ne deriva una doppia utilizzazione del linguaggio letterario: l’una tendente a un eloquio senza peso, leggero appunto; l’altra quale strumento di comunicazione della concretezza delle cose, la pesantezza dei corpi.

Ed ecco che si affaccia una nuova (per modo di dire!) contrapposizione, quella tra l’anima e il corpo, tra la materia e lo spirito, giungendo persino al distinguo tra l’immaginazione e la fantasia, così cara alla tradizione del (neo)platonismo rinascimentale. Nel mezzo le immagini visive. Da esse si dipanano due processi immaginativi: il primo segue un percorso che va dalla parola al simulacro, il secondo procede all’incontrario.

In entrambi i casi il punto d’arrivo coincide con la conoscenza dei significati profondi e nella strada che si percorre per raggiungerla di dischiude una serie di possibilità tanto infinita quanto indeterminata, tanto interessante, quanto piacevole e divertente. Qui Calvino fa propria una locutio che s’incontra nella Comedìa dantesca: «la fantasia è un posto dove ci piove dentro» o, come lo definisce Giordano Bruno, lo spiritus phantasticus.

«Ogni vita è un’enciclopedia», ognuno di noi è un insieme di esperienze, d’immaginazioni e di letture, perciò ogni libro è un mondo che si dilata e si espande sino a diventare inafferrabile e questa inafferrabilità è l’unica certezza di cui si è in possesso. La qual cosa sarà successivamente enucleata dal sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman in Modernità liquida: «l’unica costante è il cambiamento, l’unica certezza è l’incertezza».

Così, se per Proust la conoscenza ha a che fare con l’inafferrabilità del mondo, se Flaubert desidera scrivere un livre sur rien, ma – paradosso dei paradossi – Bouvard et Pécuchet ha la fisionomia di una vera e propria enciclopedia, contenitore dello scibile universale, per Carlo Emilio Gadda, anelante a (dis)piegare il groviglio (persino linguistico, celebre è il conflitto con i pronomi personali ne La cognizione del dolore) del cosmo, la conoscenza non ha nulla a che vedere con l’identificazione dell’anima col mondo, ma con la deformazione, la polverizzazione del reale.

Onde ne deriva la molteplicità quale tratto caratteristico della letteratura. Molteplici sono i romanzi, molteplici sono le storie e gli ambienti ivi descritti, molteplici sono le forme attraverso le quali i personaggi romanzeschi si raccontano e raccontano il caos nel quale sono imbrigliati.

Molteplicità sì, ma anche esattezza. La letteratura, per Calvino, deve rispondere anche a questa esigenza, o come asserisce Flaubert: «Le bon Dieu est dans le détail» . Un compito, forse, non particolarmente complesso, se è vero che nella comunicazione orale le parole sono un fiume in piena senza un’esperienza riflessiva attenta e meticolosa, mentre nell’atto dello scrivere

«posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto.»

Che la letteratura sia e debba essere leggera, senza sprofondare nella banalità, rapida nel senso di agile e mobile nel «saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte», molteplice e visibile, nella misura in cui si fa rappresentazione e riproduzione dell’inconsistenza del mondo, la letteratura – si diceva – è una fonte inesauribile di ricchezza.

Essa racconta anche quando resta poco da dire, e quel racconto, costellato dalla precisione e dalla determinatezza, cos’altro è se non il racconto della vita e del senso della vita che ha per sfondo l’eternità? Perciò, la littérature ha una funzione esistenziale e la leggerezza più volte citata, è una risposta, una reazione al peso di vivere.

Lettura consigliata!

© Antonietta Florio

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