Friedrich Wilhelm Nietzsche, La nascita della tragedia

«Cosa significa, per l’appunto presso i Greci del periodo migliore, più forte, più temerario, il mito tragico? E l’enorme fenomeno del dionisiaco? Che cosa la tragedia, che da esso nasce? […] Non potrebbe essere proprio questo socratismo il segno del declino, della stanchezza, della malattia, della dissoluzione anarchica degli istinti? E la “serenità greca” della tarda grecità, solo un tramonto? […] Forse la scientificità non è che timore e fuga di fronte al pessimismo? Una raffinata difesa in caso di bisogno contro – la verità? E, detto in termini morali, qualcosa come vigliaccheria e falsità? In termini immorali, un’astuzia? […]» (F. W. Nietzsche, La nascita della tragedia)

Considerando la storia della tragedia e della società greca, Friedrich Nietzsche si propone ne La nascita della tragedia, la cui pubblicazione risale al 1872, di descrivere e mettere in luce il percorso di ascesa prima e decadenza poi dello spirito europeo in generale e tedesco in particolare, pervenendo alla conclusione della necessità di una palingenesi.

La citazione in esergo risulta – a mio avviso – appropriata per comprendere la sostanza che permea l’opera nietzschiana. Difatti, il filosofo dell’Übermensch, insoddisfatto del presente e persuaso che la scienza non sia in grado di cogliere la vera realtà del mondo, asserisce che soltanto l’arte, e in modo particolare la musica, offra la preziosa occasione di far sì che l’individuo sia in sintonia con la vita.

Ciò sta a significare che l’inconsistenza dei miti e delle ideologie, l’antitesi tra apparenza ed effettiva realtà delle cose, conduce l’essere umano nel tunnel dell’inganno, distruggendo in siffatto modo le sue certezze, laddove il sociologo Zygmunt Bauman direbbe che “l’unica certezza è l’incertezza”.

La tragicità della condizione umana non scaturisce unicamente dalla consapevolezza «che la vita dell’uomo è simile alla vita delle foglie», che su questa terra siamo solo di passaggio, ma è corroborata da qualcos’altro, ovvero

«dall’idea che questa vita non abbia affatto il valore che le si attribuisce comunemente, in modo irriflesso e istintivo, per un’illusione dovuta a una perversa volontà, che non può essere tacitata. Tragica è la comparsa e la sparizione, l’affiorare di un’ombra fenomenica nella sfera dell’apparenza e il suo rapido svanire, l’emergere dal niente per ritornare nel niente: ma tutto ciò, solo insieme al fenomeno della coscienza.»

È una visione decadente della vita, in quanto l’uomo occidentale, escludendo il pensiero del divenire, piuttosto che lasciar correre liberamente il proprio spirito creativo, lo sacrifica in nome della ripetizione di ciò che è stato, di un passato forse vanaglorioso, ma ormai assolutamente irraggiungibile e, per ciò stesso, ineguagliabile.

In tal senso, La nascita della tragedia potrebbe essere definita come un’opera di ricerca genealogica, entro i confini della quale il philosophus tenta di risalire alle cause o, per meglio dire, di individuare il colpevole di tale inarrestabile decadenza. A quanto pare, Nietzsche riesce nel suo obiettivo. Socrate prima e Platone poi sono i fautori dell’intellettualismo occidentale, di una corrente di pensiero, cioè, che plaude alla superiorità della ragione sulla passione e sugli istinti, con una conseguente svalutazione della vita e dei suoi valori.

Socrate e Nietzsche si trovano, dunque, agli antipodi: il primo condanna la musica a vantaggio della philosophia; il secondo, al contrario, fa della musica un presupposto esistenziale tanto irrinunciabile quanto imprescindibile, lo strumento tramite il quale comprendere la vita. In altri termini, essi richiamano la contrapposizione tra due principi paralleli: l’uno estetico «tutto deve essere consapevole, per essere bello», l’altro socratico «tutto deve essere consapevole, per essere buono».

Addirittura, egli si chiede se, in realtà, il moderno ésprit scientifique, la fiducia nella razionalità non sia altro che «un sintomo di forza calante, di vecchiaia che si approssima, di stanchezza fisiologica […] – il pessimismo? Epicuro era un ottimista – proprio in quanto sofferente?»

Non la morale, ma l’arte è l’attività metafisica dell’uomo. Subentrano qui i due termini-chiave de La nascita della tragedia: apollineo e dionisiaco, laddove Apollo è il protettore delle arti plastiche (scultura, pittura), Dioniso dell’arte non figurativa della musica.

Il primo è il dio dell’equilibrio e «domina la bella parvenza del fantastico mondo interiore», il secondo è la personificazione dell’energia caotica e irrazionale; il primo è legato al sogno, il secondo all’ebbrezza. In definitiva, sia l’uno che l’altro rappresentano i due volti dell’anima greca: l’uno legato alla perfezione, all’ordine, alla serena contemplazione della vita, l’altro all’ebbrezza, all’istinto, all’infinito.

Fra i due, Nietzsche non cela affatto il privilegio nei confronti di Dioniso, «simbolo dell’amore estremo per la vita». L’impulso a vivere, tuttavia, risente dell’influsso schopenhaueriano della volontà di vivere e del principium individuationis, incarnato da Apollo:

«egli ci mostra con gesti sublimi come sia necessario l’intero mondo del tormento, affinché attraverso esso il singolo sia spinto alla creazione di una visione salvifica e quindi, sprofondato in questa contemplazione, sieda tranquillo nella sua barca oscillante in mezzo al mare.»

Il suddetto impulso viene, tuttavia, soffocato e l’istinto soccombe sotto l’egida della ratio: la conoscenza uccide l’azione, dal momento che quest’ultima è avvolta dall’illusione. L’uomo da artista di opere d’arte è diventato egli stesso opera d’arte e, in ciò consiste sostanzialmente la degenerazione della condizione umana nella modernità. Una volta di più, Nietzsche individua l’antidoto al tormento del singolo, al suo “male di vivere” nell’arte:

«solo essa può volgere quei pensieri nauseanti sul terrore o l’assurdità dell’esistenza in rappresentazioni con le quali si possa vivere: queste sono il sublime come controllo artistico sul terrore e il comico come scaricamento artistico della nausea per l’assurdo.»

Nell’arte, dunque, egli vede la speranza di ripristinare l’unità perduta dell’apollineo e del dionisiaco. Sofocle è il poeta che ha messo in atto tale fusione, laddove alle imagines caotiche del mito (elemento dionisiaco) fa da contraltare l’armonia apollinea. Perciò, se da un lato Nietzsche opta per una rinascita dello spirito della tragedia greca, e assegna tale compito di rinnovamento radicale della cultura contemporanea alla musica di Richard Wagner, dall’altro – e a seguito di una disputa con il musicista – l’ottimismo che ha rivitalizzato il suo animo viene sopraffatto dalla convinzione che operare il suddetto ripristino è soltanto un miraggio, o addirittura una favola.

Il motivo? La sfera artistica è stata completamente assorbita dalla filosofia e l’atto stesso della creazione è stato sostituito dal dialogo filosofico. Onde ne deriva la tendenza nichilistica della cultura europea e su questo nucleo tematico, Friedrich Wilhelm Nietzsche si concentrerà nelle opere della maturità.

La nascita della tragedia è un testo interessante, ma di non facile lettura. Lunghissime citazioni, riferimenti a poeti tragici dell’antica Grecia (ma non solo) e ai personaggi delle loro opere, uso di metafore e aforismi adornano un volume che contiene in sé una molteplicità di interpretazioni e punti di vista che continuamente stimolano e danno occasione di riflessione.

Consigliato soprattutto per chi ha voglia di conoscere più da vicino il pensiero di un filosofo che non cessa di insinuare dubbi e sospetti sulle ideologie che gli uomini accettano in maniera acritica e incondizionata.

© Antonietta Florio

4 commenti

  1. […] In ciò si rileva non solo la condanna dell’uomo a vivere nella solitudine, giacché come asserisce Nietzsche, «noi siamo gli amici nati, giurati e ardenti della solitudine», bensì anche si coglie l’illusione di una creatività libera e mirabile, in quel dissidio squisitamente nietzschiano tra apollineo e dionisiaco: […]

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